
C’erano ancora le macchine senza Bluetooth, i CD masterizzati con la scritta “Mix per la Francia” e la libertà ruvida dei vent’anni che ti fa sembrare normale partire in macchina per Parigi come se fosse dietro l’angolo.
Parigi mi accolse con la sua aria settembrina e una camera standard all’Ibis Hotel di Montparnasse. Letto pulito, moquette discutibile e quel tipo di vista che non ti distrae dalle cose importanti: come svegliarsi sapendo che la Tour Eiffel non è più una cartolina appesa al muro.
Ci sono salita. Fino in cima. Con gli occhi che non riuscivano a scegliere se guardare giù o guardare dentro. Poi ho pure pranzato lì sopra, in un ristorante dove l’insalata costava quanto una settimana di spesa a casa, ma con una vista che ti faceva sentire viva anche solo per averci messo piede.
Parigi era tutta lì, a portata di scarpe da ginnastica e cartina spiegazzata: Montmartre con gli artisti che ti disegnano in tre minuti se hai pazienza (e portafogli), Notre-Dame ancora intera, la Senna che taglia la città come una promessa, e gli Champs-Élysées, dove una sera (giuro) ho cenato al ristorante “Pino” con una carbonara alla panna e mortadella. Sì, mortadella. No, non mi sono ripresa del tutto. Però l’ho finita, per dignità. O forse perché avevo camminato 12 ore e avrei mangiato pure una suola di scarpa.
In compenso, croissant e crêpes mi hanno restituito la fede. C’erano giorni in cui facevo colazione, merenda e consolazione a base di dolci alla francese, mentre attraversavo quartieri che sembravano set cinematografici: Marais, Latin, Saint-Germain, la Rive Droite e la Rive Gauche come due anime che litigano da sempre su chi sia la più bella.
Poi c’è stata Versailles.
Non una visita. Un’apparizione.
Il castello che brilla di specchi, ori, stucchi e ego regali. La Galleria degli Specchi ti risucchia in una danza di luce e silenzio, con le scarpe che fanno clac clac sul pavimento e tu che pensi: “Come facevano a viverci qui? E come si fa ad andarsene?”. Ho camminato nei giardini come se fossi scappata in un sogno barocco, con le fontane che raccontano storie migliori di molti romanzi letti a scuola.
Poi il Louvre. Immenso, arrogante, ma irresistibile. La Gioconda, che ti guarda come se sapesse già tutto di te e tu niente di lei. Le Nozze di Cana, talmente grandi da doverle guardare stando due metri indietro e senza fiatare. E poi lei: la Nike di Samotracia. Senza testa ma con un’energia che ti spinge avanti, come solo le cose mutilate e splendide sanno fare.
E infine… l’Espace Euro Disney.
Non era ancora il parco. Era la promessa.
Una sala, dei plastici in scala, i rendering dei mondi che sarebbero nati da lì a pochi mesi. Il Castello della Bella Addormentata che ancora non esisteva davvero, ma che io già vedevo. Camminavo tra i modellini con gli occhi di chi sogna ad alta voce. Non sapevo che sarebbe diventato il mio appuntamento fisso. Lo avrei scoperto dopo, tornando e ritornando ancora.
Ma quel giorno, in quella specie di esposizione futuristica dal cuore infantile, ho avuto la certezza che anche i sogni, a volte, hanno indirizzo e CAP.
Quel viaggio a Parigi è stato una dichiarazione d’intenti. Un modo per dire a me stessa: “Se vuoi una cosa, puoi arrivarci. Anche in macchina. Anche con le scarpe sbagliate. Anche se ti servono quindici giorni e una carbonara eretica per capirlo.”
E oggi, se ci ripenso, sento ancora l’odore del pane caldo, la voce di un artista di strada, e quella sensazione tutta francese che ti prende quando realizzi che sei dove dovevi essere. Anche solo per un attimo.
