
Ci sono giorni in cui apro un social e penso: “No dai, è uno sketch. Una parodia.”
Poi guardo meglio.
Non è una parodia. È un post sponsorizzato.
La realtà è così: filtrata, montata, monetizzata.
Una versione instabile del Truman Show, dove però nessuno vuole scappare.
Anzi: si fanno i casting per entrare.
Influencer che piangono davanti alla fotocamera per condividere autenticità con l’anello da 3.000 euro in primo piano.
Creator che si improvvisano filosofi, life coach, terapeuti, sessuologi, preti e genitori spirituali tutto nel tempo di un reel.
Dispenser automatici di senso, motivazione e contenuto.
Sorridono, si commuovono, si spogliano, spiegano l’esistenza.
Tutto perfettamente ottimizzato per tenere alta l’attenzione nei primi 3 secondi.
E intanto io penso:
ma la satira, dov’è finita?
Cos’altro possiamo inventare, se la realtà ci ha già superato a destra, sinistra e pure in retromarcia?
Una volta i comici esageravano la verità per farci ridere.
Adesso devono ridurla, per non sembrare volgari.
La gente si informa dai TikTok.
Si commuove per i drammi di chi ha sbagliato la piega dal parrucchiere.
Si scandalizza per la pizza con l’ananas, ma non per una democrazia che cola a picco.
Fa ridere.
Ma male.
Un riso che non scende, resta lì, appeso tra gola e stomaco, come un emoji che non sai più se usare.
Eppure, ci caschiamo tutti.
Perché c’è una parte di noi che ha bisogno di leggerezza,
e questi nuovi profeti della spontaneità ci offrono proprio quello: una leggerezza preconfezionata, da condividere con un tap.
Poi ci ritroviamo la sera, magari in silenzio, con una strana sensazione addosso.
Un senso di vuoto pieno, come quando hai mangiato solo caramelle.
Colorato, dolce, eppure… inutile.
E allora mi domando: se chi crea contenuti ormai crea anche la realtà, se chi ci racconta la vita non ha mai vissuto un lunedì mattina senza trucco, se i pensieri profondi stanno dentro i sottotitoli di un reel…
chi ci salverà?
Forse la lucidità.
La capacità di dire: “No grazie, questa emozione venduta in 4:5 non mi serve”.
Forse il dubbio.
Il sacrosanto diritto di non credere a tutto, anche se ha un milione di like.
Forse il coraggio.
Di non farci piacere per forza.
Di non ridere solo perché è trending.
Di non credere che chi si mostra, necessariamente, abbia qualcosa da dire.
Forse la salvezza è stare un passo indietro, non per snobismo, ma per igiene mentale.
Guardare tutto questo come si guarda un reality di quarta categoria: con una certa pietà, un filo di ironia, e la voglia segreta di spegnere tutto e tornare a vivere,
senza filtri, senza hashtag, senza la fretta di diventare contenuto.
