Piccoli borghi, grandi respiri: dove ho ritrovato me stessa, un silenzio alla volta

Ci arrivi per caso. Come le migliori cose della vita.

Una curva che non avevi calcolato, una freccia scolorita, un nome che suona come una poesia dimenticata.

Ti ci porta una fuga, o forse solo la stanchezza di tutto il rumore che ti porti addosso.

E poi resti.

Rimani perché il tempo, lì, ha un altro passo.

Non corre. Cammina scalzo.

Non ti rincorre. Ti aspetta.

Nel borgo ci entri come se stessi facendo un’intrusione. Piano. In punta di piedi. Come se ti sembrasse di disturbare.

Poi ti accorgi che non disturbi nessuno.

Perché lì nessuno ha più fretta da un pezzo.

I borghi sono così: ti guardano con occhi antichi e pazienti.

Ti accolgono senza entusiasmo ma con verità.

Non hanno bisogno di impressionarti.

Non sono lì per convincerti a restare.

Sono lì. E basta.

Come chi sa di valere anche se nessuno lo fotografa.

Ho camminato in vicoli che profumavano di sugo e di silenzio.

Mi sono seduta su muretti che raccontavano più storie di molte persone.

Ho visto anziani salutarmi come se mi conoscessero. E forse, in un certo senso, sì.

Perché quelli come me, quelli che si fermano nei borghi a respirare, si somigliano tutti un po’.

Hanno gli occhi stanchi e il cuore a pezzi, ma portano ancora in tasca una curiosità che non è morta.

Un po’ ammaccata, ma viva.

Nei borghi dimenticati ho ritrovato me.

Quella me che avevo perso nei corridoi dei supermercati, tra le file alle casse self-service e le notifiche che vibrano anche di notte.

L’ho trovata in una piazza vuota, alle tre del pomeriggio, dove anche le rondini sembravano in ferie.

L’ho trovata in un bar con le sedie tutte diverse e il caffè a un euro.

L’ho trovata nei silenzi che non fanno paura, ma compagnia.

In quei giorni, non ho fatto niente di speciale.

Eppure ho fatto tutto.

Ho dormito tanto. Ho camminato senza meta.

Ho parlato poco e pensato molto.

Ho riso con una signora di ottant’anni che mi ha offerto un fico appena colto.

Ho pianto davanti a un tramonto, e nessuno mi ha chiesto perché.

Nei borghi non ti chiedono mai perché stai come stai.

Ti lasciano stare.

E, a volte, è tutto quello che serve.

Quando me ne vado, lo faccio piano.

Come chi ha paura di svegliare qualcosa che dorme da secoli.

E porto via tutto quello che non si può fotografare: il suono delle campane, il profumo del pane, lo sguardo di chi ti ha regalato un buongiorno sincero.

E poi, quel respiro.

Quel respiro pieno, lento, pulito.

Lo metto in tasca. Mi servirà.

Nei giorni di traffico, nei giorni di fretta, nei giorni di “non ce la faccio più”.

Lo tirerò fuori come un antidoto.

Per ricordarmi che esistono ancora luoghi in cui si vive davvero.

Non si corre, non si rincorre. Si vive.

E ogni tanto, si respira.

Con tutti i polmoni, con tutta la pancia, con tutta l’anima.

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