I non-luoghi che sanno parlare

Ci sono posti che non trovi sulle guide.

Non li cerchi su Google Maps, non li metti in agenda.

Li attraversi senza sapere perché ti restano dentro.

Un distributore di benzina alle sette di sera, con le luci fredde e l’odore di pioggia sull’asfalto.

Un McDonald’s a metà strada tra due città, dove la gente si rifugia per caso e si siede a mangiare in silenzio.

Una stazione dove non sei mai sceso, ma che conosci a memoria per tutte le volte che l’hai solo sfiorata.

Sono non-luoghi, dicono.

Spazi di passaggio, senza identità.

Eppure, a me capita di lasciarci dentro qualcosa. O di trovarci me stessa, in forme diverse.

Perché nei non-luoghi il tempo si ferma.

Non per magia, ma per stanchezza.

È un tempo che non corre. Non spinge. Non misura.

È un tempo che ascolta.

E lì, quando nessuno guarda e niente chiede, succede che mi arrendo.

Non in senso tragico, in senso vero.

Lascio andare la necessità di avere senso.

Mi siedo. Respiro. Aspetto.

E nell’attesa capisco.

Che non devo sempre capire.

Che va bene anche solo essere lì, con una valigia troppo piena e il cuore che non sa se andare o tornare.

Forse è questo che fanno i non-luoghi: ti spogliano delle maschere.

Ti permettono di non sapere, di non decidere, di non fingere.

E allora, alla fine, qualcosa succede.

Una parola che torna in mente.

Un ricordo che non sapevi di avere.

Una piccola pace, che non fa rumore.

I non-luoghi, forse, sono solo questo: porte senza maniglia.

Ci passi, e non sai cosa ti hanno lasciato finché non sei lontano.

Ma a volte, sono proprio loro a indicarti la strada.

Non per andare da qualche parte.

Per tornare, finalmente, a te.

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