Il Giardino dei Tarocchi a Capalbio: perché l’Imperatrice mi sta aspettando (e lo sa)

Ci sono luoghi che ti chiamano prima ancora di sapere esattamente dove si trovano sulla mappa.
Posti che non hai ancora visto con gli occhi, ma che ti abitano da anni.
Io ho una lunga lista di questi luoghi. E uno, in cima a tutti, è lì, incastonato in Toscana, tra gli ulivi e le colline che sembrano aver fatto un patto con il tempo per non invecchiare mai.
Il Giardino dei Tarocchi. Capalbio. Un sogno di vetro, cemento e simboli.

Non ci sono mai stata.
Lo dico subito, così, senza vergogna.
Eppure lo sogno. Lo desidero. Lo temo anche un po’.
Come si temono solo le cose troppo vere, quelle che, se ci entri davvero, non ti lasciano più uscire come sei entrata.


I Tarocchi, per me, sono casa (ma con molte porte segrete)

Chi mi conosce lo sa: i Tarocchi non sono una curiosità passeggera. Non sono un gioco da aperitivo o un filtro estetico da postare su Instagram con la caption “indovina la mia carta?”.
Sono una lingua. La mia.
Una grammatica antica che uso quando non riesco a spiegare cosa sento, ma ho bisogno che qualcuno, qualcosa, me lo dica lo stesso.

Ci ho parlato quando non avevo più parole.
Ci ho litigato.
Ho pescato carte che mi hanno messo davanti a verità che non avevo nessuna voglia di vedere.
Ma che, guarda caso, erano lì per me.
Con le loro lame, i loro simboli, i loro occhi che non chiudono mai le palpebre.


E poi c’è lei. L’Imperatrice.

La mia carta del cuore.
Non perché abbia un bel vestito o una corona brillante.
Ma perché è potente senza bisogno di far rumore.
È quella che crea, che protegge, che nutre.
È la forza femminile nella sua versione più integra: fertile, solida, autonoma.
E poi (dettaglio non trascurabile) ha il numero 3.
Proprio come il giorno in cui sono nata.

Tre come il triangolo, come l’equilibrio tra terra, cielo e corpo.
Tre come le cose che funzionano quando stanno insieme: intuizione, visione e radicamento.
Tre come io quando sto bene con me stessa.
Insomma, L’Imperatrice mi parla. Sempre. Anche quando non voglio ascoltare.


Il Giardino dei Tarocchi è il posto dove potrei incontrarla davvero

Da fuori sembra un delirio onirico: sculture alte come case, colori che urlano, specchi che ti restituiscono mille versioni di te stessa (nessuna photoshoppata).
Un parco? No.
Un museo? Nemmeno.
È un viaggio tridimensionale dentro il subconscio. Ma non il tuo, quello collettivo. Quello dove tutti abbiamo almeno una volta abitato una Torre, inseguito una Stella o avuto il terrore di pescare la Morte.

Il Giardino è nato dalla mente geniale (e inquieta, e ferita, e incandescente) di Niki de Saint Phalle, che ci ha lavorato per 20 anni.
Ha costruito ogni Arcano come se fosse una creatura viva.
Ha vissuto dentro l’Imperatrice, letteralmente, abitandone il ventre come una madre che non smette di partorire visioni.


Io lo guardo da lontano. Ma lo sento vicinissimo.

Scorro le immagini.
Mi fermo su quella della Papessa, tutta specchi e silenzi.
Poi passo al Mago, e già mi viene voglia di discutere con lui.
Poi arrivo alla mia carta.
L’Imperatrice, enorme, bellissima, feroce e luminosa.
E ogni volta penso:
“Io là dentro, ci devo entrare. Non solo con i piedi. Ma con tutto il mio casino.”


E allora perché non ci sono ancora andata?

Bella domanda.
Forse perché certe esperienze vanno centellinate, aspettate, quasi corteggiate.
Forse perché ho paura che mi smonti, come solo le cose vere sanno fare.
O forse, semplicemente, sto aspettando il momento giusto.
Quello in cui non vado solo per vederlo.
Ma per farmi vedere da lui.


So che piangerò. E lo spero.

Piangerò quando varcherò il portale d’ingresso.
Quando i simboli smetteranno di essere solo carte da mescolare e diventeranno giganti da affrontare.
Quando L’Imperatrice sarà lì, davanti a me, e non potrò più evitarla dicendo “oggi non ho tempo per te”.
Quando la mia parte più viva, più fragile, più femminile, si sentirà riconosciuta.


Un giorno ci andrò. E porterò con me la me stessa che ancora non conosco.

E se per caso anche tu, che stai leggendo, hai una carta che ti somiglia…
Una che ti torna, che ti insegue, che ti consola nei momenti in cui vorresti solo sparire, sappi che esiste un posto in cui puoi camminarci dentro.
Sentire i suoi occhi su di te.
E, per una volta, non tirarla tu dal mazzo, ma farti scegliere da lei.


Tu ce l’hai una carta così? Una che ti racconta meglio di chiunque altro? Scrivimela nei commenti, oppure tienila stretta. Che certe carte, lo sappiamo, si portano in tasca anche quando non c’è nessuno a fare la lettura.

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