
Non so bene da dove cominciare.
Forse da quando siamo arrivate davanti al cinema e ci siamo guardate con quella faccia che dice: “non so cosa aspettarmi, ma ci sto.”
O forse da quando le luci si sono abbassate e ho capito, subito, che ancora una volta sarebbe stato diverso.
Siamo andate a vedere Fantastic Four: First Steps.
E siamo uscite in silenzio.
Non perché non sapessimo cosa dire.
Ma perché avevamo troppo da sentire.
Una meraviglia visiva e sensoriale
Il film è un’esplosione controllata.
Non urla. Non corre. Non strizza l’occhio.
Ti prende per mano e ti fa entrare in una stanza piena di luce bianca e silenzio, come quando sogni ad occhi aperti e tutto sembra sospeso.
È ambientato negli anni Sessanta, ma non come “ambientazione”, è proprio un’estetica, un’anima.
Le tute. I pannelli analogici. Gli spigoli morbidi.
La fotografia è pastosa, elegante, quasi pittorica.
I colori sembrano venire da un vecchio fumetto dimenticato, ma illuminato dal futuro.
Pedro Pascal fa un Reed Richards che non è solo un genio, è un uomo che cerca di non perdersi dentro le sue stesse possibilità.
Vanessa Kirby è Sue Storm che tiene insieme tutto, con lo sguardo e con il dolore.
E la chimica tra Johnny e Ben… è viva. Ti arriva. Sembra casa. Una casa che litiga, ma resta.
La famiglia prima della missione. Sempre.
Galactus è reale. E si sente.
Quando compare Galactus, la sala ha trattenuto il fiato.
E non è in CGI.
O meglio: non è solo effetti speciali.
È una presenza fisica, costruita con motion capture pratico, trucco prostetico e inserti digitali minimi.
E si sente.
Perché non è solo “grande”.
È presente.
Denso.
Gravità allo stato puro.
Come se il suono cambiasse forma ogni volta che entra in scena.
E poi la Silver Surfer.
Non ti prepara nessuno a vederla così.
Non è lucida e perfetta. È spezzata, ma verticale.
Sospesa tra la tragedia e la fede.
Una figura che attraversa lo schermo con la grazia di qualcosa che ha conosciuto la fine… e ci è sopravvissuta.
La scena post-credit (senza spoiler, solo atmosfera)
E poi.
Poi arriva lei.
La scena dopo i titoli.
Io e Lucrezia sedute. Immobili come tutto il resto della sala, perché un Marvel fan lo sa: c’e’ ancora qualcosa da vedere.
La stanza è silenziosa. Intima.
C’è luce calda.
Sue Storm è seduta con Franklin, il suo bambino.
Lei sorride e poi si alza lentamente.
“Vado a prendere il libro.”
L’inquadratura la segue.
Sue torna da Franklin e vede che non è solo.
Cambia l’inquadratura e si vede subito.
Non è una minaccia plateale.
È una presenza, in silenzio.
La maschera sulle ginocchia.
Gli occhi rivolti verso Franklin.
Una calma che mette i brividi.
La sala ha emesso un “Ooooohhh!” che ha riecheggiato forte.
Io e Lucrezia ci siamo guardate.
E senza parlare, abbiamo capito che il film non era finito.
Era appena cominciato.
Doomsday. E l’attesa che vibra sotto pelle.
Marvel non ha solo rilanciato i Fantastici Quattro.
Ha riaperto uno spazio mentale che avevamo dimenticato.
Quello in cui l’attesa è viva.
Quello in cui ogni dettaglio diventa presagio.
Quello in cui non vuoi sapere tutto…
vuoi sentire tutto.
Io e Lucrezia siamo uscite dalla sala con la sensazione precisa di essere entrate in qualcosa.
E quella sensazione ce la portiamo ancora addosso.
Entusiasta è poco.
Io sono già là.
Nel futuro.
In quel giorno che si chiama Doomsday.
E sinceramente non vedo l’ora.
Ancora una volta GRAZIE Marvel!
