
Avete rotto il cazzo.
Sì, voi. Quelli che ogni due per tre devono sputare sentenze sui “ragazzi di oggi”, come se foste cresciuti in un monastero, puri e infallibili. Ogni volta la stessa solfa: “non hanno valori”, “sono fragili”, “non hanno voglia di lavorare”, “ai miei tempi…”
Ma ai tuoi tempi cosa, esattamente? Perché io me li ricordo anche i “nostri tempi”: gente che scappava da casa, che si drogava nei parchetti, che bullizzava chi era diverso, che scappava alle interrogazioni, che fregava nei compiti. Siamo stati migliori? No. Siamo solo passati attraverso le stesse tempeste con vestiti diversi.
E sapete cos’altro? Oggi ci sono ragazzi che a 16 anni iniziano a lavorare, e lo fanno portando a casa anche ottimi voti. Mica come ai nostri tempi, dove al massimo facevano i PR in discoteca ma solo perché faceva figo.
Ci sono ragazzi che a 17 anni affrontano colloqui in inglese per lavorare in America appena diplomati.
Ragazzi che, a pochi mesi dall’esame di maturità, sostengono e superano colloqui di lavoro in francese.
Ragazzi di 18 anni che prendono un aereo da soli e vanno oltralpe per affrontare un colloquio di lavoro, senza paura, senza scuse.
Altro che “senza voglia di fare”: questi si fanno un mazzo tanto, e spesso lo fanno in silenzio, senza la vostra approvazione, senza i vostri like, ma con una determinazione che fa paura. E fa riflettere.
Questi ragazzi crescono in un mondo che cambia a una velocità spaventosa, con addosso pressioni che noi alla loro età manco immaginavamo. Vivono esposti h24, giudicati da like e algoritmi, con un futuro che sembra sempre più stretto. E voi che fate? Invece di capire, di accompagnare, di insegnare… li giudicate. Li massacrate.
Ma la verità è che molti di loro hanno una consapevolezza che a noi mancava completamente. Parlano di salute mentale, di inclusione, di diritti, di crisi climatica. E fanno domande scomode, mettono in discussione il sistema… e forse è proprio questo che vi dà fastidio.
Io? Sempre dalla parte dei miei ragazzi, perché questa società di merda è colpa nostra! Siamo noi che l’abbiamo costruita con le nostre negligenze, i nostri silenzi, le nostre contraddizioni.
Quindi basta, sul serio. Basta con la nostalgia tossica, basta col moralismo da bar dello sport. Iniziamo a riconoscere il valore anche nelle nuove generazioni, perché sono il riflesso (e spesso la conseguenza) di quello che abbiamo fatto noi.
E magari, ogni tanto, impariamo anche qualcosa da loro. Che non ci fa male.
