“Ora è finita”: Il giorno in cui riuscirò a dirlo anche a me stessa

Qualche sera fa stavo guardando una delle mie solite serie crime.
Quelle che metti su per distrarti, per svuotare la testa, per spegnere un po’ di rumore interiore.
Scene classiche, colpi di scena, tensione. Niente di nuovo.

Poi, verso la fine dell’episodio, uno dei poliziotti si avvicina al collega e gli dice:
“Stai tranquillo, ora è finita.”
E boom.
Non so perché (o forse lo so perfettamente) quella frase mi è esplosa dentro.

Mi sono fermata. Ho messo in pausa. E mi è venuto un pensiero:
“Chissà se e quando potrò mai dirla a me stessa, quella frase.

Quando finisce davvero qualcosa?

Ci ho riflettuto parecchio, da allora.
Perché a pensarci bene, nella mia vita, non c’è mai stato un vero momento in cui ho potuto dire “è finita” e sentire che era vero.
Ho attraversato cose (eventi, dolori, cambiamenti) che sembrano essersi conclusi, eppure… non lo sono mai davvero.
Sono rimasti.
Non in modo evidente, non sempre in modo doloroso, ma dentro di me sì.
Hanno lasciato impronte nei pensieri, nel modo in cui reagisco, in come mi preparo sempre al peggio anche quando va tutto bene.

Quella frase così semplice, nei film, segna la fine del caos.
Nella vita reale, invece, il caos a volte non finisce: si trasforma.

Il mito della chiusura perfetta

Cresciamo con l’idea che ogni cosa abbia un inizio, uno svolgimento e una fine.
Che ogni ferita guarirà. Che ogni fase difficile passerà. Che un giorno ci sveglieremo e ci sentiremo… leggeri.

Ma la verità, almeno per me, è che non tutte le cose si chiudono in modo pulito.
A volte non c’è il momento in cui ti senti “guarita”.
C’è, piuttosto, un momento in cui ti accorgi che il dolore non guida più ogni tuo gesto.
Un momento in cui non è finita, ma fa meno rumore.

Ci sono esperienze che non superi, ma impari a portartele addosso.
Come cicatrici che smettono di far male ma non spariscono.
Come stanze che non chiudi a chiave, ma che scegli di non visitare troppo spesso.

Forse la pace non è la fine, ma la trasformazione

Da quel momento in poi, ho cominciato a pensarla così:
forse il traguardo non è dire che è finita,
ma vivere senza aspettare di doverlo dire.

Forse la vera conquista è riuscire a stare con quello che c’è (anche se non è perfetto, anche se non è risolto del tutto) e non sentire più il bisogno di combattere ogni giorno.

Forse guarire non è cancellare il dolore, ma permettergli di avere un posto che non comanda.

E così, in silenzio, qualcosa cambia.
Non arriva l’applauso.
Non c’è il “the end” cinematografico.
Ma un giorno ti accorgi che hai dormito bene.
Che hai riso senza colpa.
Che non ti sei più chiesta “perché mi è successo?”
E allora, forse, qualcosa è davvero finito.

Una frase semplice. Un sogno complicato.

“Stai tranquillo, ora è finita.”

La frase resta lì, semplice, asciutta, quasi banale.
Ma dentro di me è diventata un traguardo.
Non perché pretendo che tutto si sistemi.
Ma perché sogno il giorno in cui potrò guardarmi allo specchio e dire:
“È cambiato tutto, eppure io sono ancora qui. E oggi sto bene. Anche solo per oggi, sto bene.”

E magari quel giorno, senza accorgermene, sarà davvero finita.
O semplicemente, cominciata di nuovo.

Ti è mai successo?

Hai mai avuto quel momento in cui ti sei chiestə se certe cose finiranno mai davvero?
Se vuoi, raccontamelo. Anche solo in silenzio. So che a volte basta sapere che non sei l’unicə a pensarla così.

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