“Gli omicidi dei tarocchi” di Barbara Baraldi: quando un thriller ti legge dentro

Quando la tua autrice preferita scrive un libro che parla esattamente la tua lingua interiore, ci infila la tua passione più viscerale, il tuo genere preferito e (senza nemmeno saperlo) anche una parte di te… allora non leggi. Vivi.

E a volte, sopravvivi.

“Gli omicidi dei tarocchi” di Barbara Baraldi è molto più di un thriller. È un rituale.

Un romanzo che mescola sangue e simbolismo, razionalità e traumi, logica investigativa e archetipi.

E lo fa con una scrittura che non consola. Scava. E lo fa dove non vuoi essere toccata.

Per questo Barbara Baraldi è la mia preferita: non perché scriva bene (che lo fa), ma perché scrive veramente.

Cioè: ti costringe a guardarti dentro, anche quando fa male.

Soprattutto quando fa male.

Ambientato a Trieste (città muta e complice) il romanzo parte da una serie di delitti. Ogni scena del crimine è accompagnata da una carta dei tarocchi.

Ma non è un vezzo: è un linguaggio. Un codice.

E chi conosce i tarocchi lo sa: non mentono mai.

La Ruota della Fortuna, la Torre, la Temperanza… ogni carta parla. Ogni simbolo scava. Ogni delitto apre anche ferite che non si vedono.

In mezzo a tutto questo, due sorelle: Emma e Maia.

La prima è commissaria, cervello e disciplina.

L’altra è artista, anima e istinto.

Due donne spezzate, lontane, con un passato che le ha divise e un destino che ora le rimette sulla stessa linea.

E tra loro… io.

Sì, perché Maia non è un personaggio. È uno specchio.

Di quelli bastardi, che non filtrano, non abbelliscono, non concedono.

Lei è quella che si protegge con i tarocchi perché le parole degli altri l’hanno sempre ferita.

Quella che sente troppo e parla poco.

Quella che tutti giudicano “strana”, ma che in realtà ha solo imparato a respirare nel buio.

E sì, l’ho capita.

Anzi, mi sono sentita capita da lei.

Nella sua voglia di sparire, ma anche nella sua capacità di leggere tra le pieghe del mondo.

Perché chi ama i tarocchi davvero, lo sa: non sono carte. Sono chiavi.

E aprono solo se hai il coraggio di fare domande vere.

Lo stile è come sempre lucido, elegante, essenziale.

Capitoli brevi, ritmo serrato, ma profondità psicologica da far tremare i polsi.

Barbara Baraldi non ti coccola. Ti accompagna sull’orlo del baratro e ti chiede: “Hai il coraggio di guardare giù?”.

E tu guardi. Perché non puoi farne a meno.

E poi c’è questo:

Non è un caso che questo libro sia arrivato proprio ora.

Non lo stavo cercando, ma lo sentivo arrivare. Lo avvertivo.

E quando l’ho avuto tra le mani, ho capito: era per me.

Come certe carte che escono da sole.

Come certe ferite che aspettano solo il momento giusto per essere guardate in faccia.

La prima pagina cita Alejandro Jodorowsky: “Posto che sogniamo la nostra vita, dobbiamo interpretarla e scoprire cosa sta cercando di dirci”.

Proprio lui.

Regista, scrittore, artista visionario, autore di uno dei testi fondamentali per chi si avvicina ai tarocchi: La via dei Tarocchi.

Un libro che Lucrezia, due anni fa, mi ha regalato.

Un libro che ancora tengo sul comodino, come un compagno silenzioso.

Un libro che, guarda caso, mi ha aiutata a dare un nome a certe emozioni, a certi silenzi.

Come Maia. Come questo romanzo.

Questo non è solo un thriller per chi ama i misteri.

È un viaggio interiore per chi ha il coraggio di rimettere insieme i pezzi.

È un libro per chi ha sorelle da cui è stata separata.

Per chi ha un passato che torna con un odore, con una carta, con un sogno.

Per chi non ha mai smesso di cercare un linguaggio che gli somigli.

E allora ve lo dico senza mezzi termini:

“Gli omicidi dei tarocchi” non si legge. Si affronta.

Come una lama che ti sfiora.

Come un arcano che ti fissa.

Come una parte di te che pensavi sepolta…

e invece eccola lì.

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