
Fra meno di un mese compio 54 anni.
Scriverlo mi fa strano. Dirlo ad alta voce, peggio.
È come se stessi parlando di qualcun’altra: una di quelle donne serie, con le creme giuste, i figli sistemati e magari un cane di nome inglese.
E invece eccomi qui, con i sogni ancora sparsi, l’armadio in crisi d’identità e un’app per promemoria che ormai è solo una lista di buone intenzioni.
Se non fosse per lo specchio (brutto bastardo onesto,
quello che non mente, non filtra, non addolcisce)
potrei ancora credere di avere 37 anni.
Dentro, in effetti, mi sento più vicina a quell’età lì.
Ma poi il corpo mi smentisce con la puntualità di una scadenza fiscale: la schiena che scricchiola, la vista che si rifiuta di collaborare coi bugiardini, le occhiaie che sembrano dire “ciao, restiamo per cena”.
Il problema non è l’età. È il peso sociale che ci mettono sopra.
C’è qualcosa di profondamente ingiusto nel modo in cui il tempo si posa addosso alle donne.
Non tanto biologicamente (quello è il corso naturale delle cose) ma socialmente.
Invecchiare, per un uomo, è quasi un upgrade: diventa interessante, saggio, autorevole, sexy, con i capelli grigi e le rughe ai lati degli occhi.
Per una donna, invece, il passare degli anni è un lento sparire. Un’evaporazione.
Appena superi i 50, cominci a diventare invisibile.
Non sei più la ragazza, non sei ancora la vecchia saggia.
Sei in quella terra di mezzo dove nessuno ti guarda più per strada,
ma tutti ti giudicano se non ti sistemi a dovere.
Se non sembri “ben tenuta”,
se non “li porti bene”,
se osi mettere un rossetto acceso o, peggio, mostrare le braccia.
Spoiler: le mie braccia non sono più quelle di una ventenne.
Ma sai cosa?
Le porto lo stesso in giro, come bandiere stropicciate ma fiere.
Perché se ho camminato per cinquantatré anni in questo corpo,
è mio diritto indossarlo senza vergogna.
Crescere, invecchiare, restare: tutto insieme
A 54 anni non ho “finito”.
Non sono arrivata da nessuna parte.
Sto ancora costruendo, smontando, inciampando, cercando.
Ho una figlia che mi corregge l’uso delle emoji e mi guarda come si guarda un animale mitologico: affettuosa, ma perplessa.
Ho un armadio dove convivono vestiti glitterati e maglioni da prof di lettere in pensione.
E no, non so mai cosa mettermi.
Perché anche lo stile personale, dopo i cinquanta, viene messo sotto accusa: o troppo giovane (ridicola), o troppo serio (spenta).
E se invece mi mettessi quello che mi pare?
Se invece non dovessi più “essere adatta” a niente e potessi solo essere… mia?
Ho più libertà. E anche più paura.
Con gli anni, la libertà aumenta.
Non devo più compiacere nessuno.
Non devo più piacere a tutti.
Non ho più bisogno di dimostrare, di farmi scegliere, di stare al posto giusto per meritare l’amore.
Ma arriva anche la paura.
La paura che “non ci sia più tempo”.
La sensazione che certe cose ormai siano sfumate per sempre: alcune opportunità, alcuni amori, certe prime volte.
È vero.
Ma è anche vero che adesso posso scegliere le cose con più lucidità.
E, soprattutto, con più istinto.
Che è una forma di saggezza che si impara solo vivendo abbastanza a lungo da sbagliare con decisione.
Fra meno di un mese saranno 54.
E no, non me ne capacito.
Ma se lo specchio insiste,
allora tanto vale farmi trovare lì davanti:
con tutte le mie rughe, le mie stanchezze, le mie conquiste,
e anche quel rossetto rosso che secondo alcuni “non si addice più alla mia età”.
Perché se invecchiare è una condanna sociale,
io scelgo di farlo come un atto di disobbedienza personale.
Con il cuore che ha cicatrici e memoria,
e la dignità che non ha bisogno di filler.
