Le città che porto nel cuore (e non solo nel rullino foto)

Ci sono città che ti restano addosso. Come l’odore di un amore finito, come i glitter dopo una festa, come certi ricordi che non hai chiesto e invece restano lì, fissi come cartelloni pubblicitari.
Ecco, io ho cinque città che mi abitano. O forse sono io ad abitare ancora un po’ in loro, anche se il mio indirizzo attuale dice tutt’altro.

Pescara.
La mia città natale. Dove ho imparato che il mare può essere complice, ma anche giudice. Dove si cresce con l’Adriatico davanti e le montagne alle spalle, e una certa tendenza all’ironia come unico meccanismo di difesa dal vento, dalle aspettative e dai parenti che ti incontrano al mercato e ti chiedono “Allora, il fidanzato?”.
A Pescara ho vissuto l’infanzia, la scuola, i pomeriggi con la pizza della Pizzeria Liceo, la mia bolla di mondo prima che scoppiasse.
È la città dove sono diventata madre, ed è anche il luogo dove mia figlia ha imparato a camminare, a ridere, a diventare grande.
Pescara è radice. È la terra che mi ricorda da dove sono partita. Anche quando mi dimentico il perché.

Roma.

Con Roma è una lunga storia. Da bambina ci andavo nei weekend col mio papà: il tempo di una passeggiata a Villa Borghese, un gelato e qualche foto in via Veneto con lui che mi diceva: “Qua venivano i divi”.

A trent’anni ho deciso di viverla. Trasferirmi a Roma è stato un atto d’amore folle e lucido insieme. Sei anni intensi come un film francese sottotitolato: amicizie che mi hanno cambiata, serate infinite, risate che ancora sento risuonare tra i sampietrini.

E poi lui. Il grande amore della mia vita. Quello che mi ha fatto ridere, piangere, spaccare piatti (metaforicamente, quasi sempre) e sentirmi viva. Roma è stata la città dove ho vissuto tutto. Troppo, forse. Ma se potessi, rifarei ogni passo. Anche quelli con i tacchi sui sampietrini.

Firenze.
Firenze è la città delle donne della mia famiglia. Mia madre, mia zia ed io: tre generazioni su un treno per gli Uffizi. Ogni anno, lo stesso rituale. E io che sognavo tra le statue, desiderando silenziosamente una vita fatta di bellezza, arte e un po’ meno umidità.
Da adulta, Firenze è tornata sotto un’altra forma: quella di una relazione intensa, importante. Una storia d’amore che ha avuto proprio lì il suo teatro, tra piazze che sembrano dipinte e tramonti che ti fregano il cuore.
È stata l’ultima volta che ho creduto davvero nel “per sempre”. Firenze è memoria elegante. Ferita con stile. E un vino rosso bevuto con troppa speranza.

Riccione.
Riccione è la città dei miei vent’anni. Quelli veri, quelli dove il sabato sera finiva la domenica pomeriggio e l’after era più una filosofia che un orario.
È la città delle discoteche in cui ho perso dignità (e a volte pure la voce), dei cocktail e delle amiche con cui dividevo sogni, minigonne e tacchi.
Poi sono diventata madre e Riccione è diventata la “Ciccioce” di Lucrezia. La nostra base logistica per le avventure nei parchi a tema, per le cene al Canasta, per le risate dopo giornate intere a correre da una giostra all’altra.
È cambiata, certo. O forse siamo cambiate noi. Ma il cuore resta lì, tra una piadina e una lasagna.

Peschiera del Garda.
Se dovessi scegliere un posto magico sulla Terra, per me è questo.
Peschiera ha il silenzio che sa parlare, la luce che fa pace con tutto. È la nostra tana sul lago, il nostro rifugio. Ogni volta che arrivo lì con Lucrezia sento che il tempo si mette comodo e smette di correre.
Ci sono solo noi, il lago, le anatre che sembrano uscite da un romanzo, e poi Gardaland e Movieland, i nostri regni, le nostre fughe dal mondo.
È il posto dove l’infanzia di mia figlia ha trovato spazio per diventare memoria. E il mio cuore, finalmente, ha respirato.

Ci sono città che non sono solo città.
Sono cassetti dell’anima, ognuno con il suo odore, la sua voce, la sua impronta.
Alcuni strabordano di ricordi, altri li chiudi piano, con delicatezza.
Le città del cuore non si scelgono: ti trovano loro.
Arrivano quando meno te l’aspetti e restano lì, silenziose ma testarde, a ricordarti chi sei stata, chi sei diventata, e perché, nonostante tutto, hai ancora così tanta voglia di partire.

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