“Thomas in Love”: il futuro ci ha raggiunti in ciabatte

C’è un film che ho visto più di vent’anni fa, in un cinema talmente piccolo che sembrava un salotto con proiettore. Era all’Asterope di Francavilla al Mare, durante una rassegna che probabilmente aveva un nome altisonante tipo “Visioni del futuro prossimo venturo” o “Cinema dell’altro mondo” – non ricordo il titolo, ma ricordo la mia amica Valeria, la luce fioca, l’odore di moquette vintage e il senso di aver messo per sbaglio un piede nel 2080.

Il film era Thomas in Love (Thomas est amoureux, 2000), di Pierre-Paul Renders. Un titolo che suona come una rom-com parigina con baguette e baci sotto la pioggia, ma che in realtà è una piccola bomba belga di malinconia, isolamento e tecnologia – tutto girato in prima persona, con lo spettatore nei panni di Thomas, un agorafobico che vive totalmente isolato nella sua casa, interagendo solo attraverso uno schermo.

Vent’anni fa. Ripeto: vent’anni fa.

C’era una volta un uomo dietro lo schermo

Thomas non esce mai di casa. Comunica con il mondo tramite videochiamate (vi ricorda qualcosa?), riceve servizi personalizzati da assistenti virtuali (Siri, Alexa, fate ciao con la manina), consulta il medico online, fa sesso con “sex-workers” digitali e cerca l’amore attraverso agenzie di incontri via webcam. Tutto ciò che oggi è la nostra quotidianità pandemico-post-pandemica, nel 2000 era pura fantascienza sociale. E invece Thomas c’era già. E noi, ventenni col Nokia 3310 e il modem che faceva grrrrr… pipipipi… clunk, guardavamo quel futuro come se fosse una distopia troppo lontana.

Ora siamo tutti Thomas. Solo con più notifiche e meno poesia.

Visionario e tenero, con un cuore che pulsa sotto lo schermo

Il miracolo di Thomas in Love è che, pur essendo claustrofobico nel concept, è un film estremamente emotivo. Parla di solitudine, certo, ma anche del desiderio ostinato di amare e di essere amati, nonostante tutto. Thomas è un uomo invisibile, ma reale. E in qualche modo, oggi che ci muoviamo in una realtà aumentata, iperconnessa eppure alienante, il suo bisogno di connessione è il nostro specchio più crudele e sincero.

E qui viene il bello: il film è “statico” – nel senso che non ci sono movimenti di macchina, scene d’azione, panoramiche epiche. È tutto visto attraverso lo schermo, in stile “found footage da webcam”. Eppure funziona alla grande. È intelligente, curato, visivamente coerente, recitato benissimo e diretto con mano sicura. Nessuna scena “esplode”, ma tutto vibra. E riesce a coinvolgere più di tanti blockbuster con mille location e zero anima.

Il cinema che ti avverte

Non sono molti i film che riescono a fare da sveglia collettiva, anche se con vent’anni di anticipo. Thomas in Love è uno di quelli. Oggi dovrebbe essere proiettato nelle scuole, nei coworking, nei dormitori universitari. Andrebbe rivisto insieme, con gli amici, come avvertimento, come profezia, come dolce pugno nello stomaco.

Se vi sentite soli, alienati, intrappolati in una bolla digitale… Thomas lo era prima di voi. Ma almeno aveva la dignità di non usare filtri Instagram.

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