
Premessa, perché la gente è sempre pronta a indignarsi con entusiasmo: ognuno è liberissimo di fare della propria vita quello che vuole.
Vuoi vendere cocomeri in tangenziale vestita da sirena? Fallo. Vuoi frequentare solo gente che dice “cringe” seriamente? Prego. Vuoi girare l’Italia offrendo prestazioni affettivo-saltellanti in cambio di denaro e magari di una cena pagata? Amen.
Ma stasera, scrollando tra reel e disagio, ho scoperto che dopo il Calippo Tour e il Chinotto Tour, ora abbiamo il Cavalca Tour.
No, non è uno spettacolo equestre. È una tournée umana, una versione low-cost della geisha itinerante, ma con la logistica da influencer e le intenzioni da carta prepagata.
E lasciami dire: non mi colpiscono le ragazze.
Loro, in un certo senso, sono coerenti.
Hanno capito che vendere compagnia a pagamento fa guadagnare più che fare tre lauree e uno stage non retribuito.
Si truccano, si sistemano, pubblicano storie con frasi tipo “in viaggio per dare amore a chi lo merita”, e si mettono in macchina a caccia di cuori (e portafogli) solitari.
Un’idea imprenditoriale praticamente.
Mica sono le prime a vendere illusioni. Ci sono anche i fuffaguru motivazionali, no?
Ma i veri protagonisti, quelli che mi lasciano basita, quelli che meriterebbero una fiction in prima serata con la voce narrante di Pif, sono loro:
gli uomini che ci vanno.
Uomini adulti. Uomini padri, mariti (forse ex), zii, colleghi, commercialisti, amministratori di gruppi Facebook tipo “Sei di Pescara se ogni due per tre dici ngulo”.
Uomini convinti che quella ragazza, che ha vent’anni, le unghie lunghe quanto un pensiero critico, e parla come un bot di TikTok, sia lì perché li trova affascinanti.
Non perché pagano. No.
Loro ci credono.
Pensano che sia chimica.
Che sia destino.
Che sia il loro momento.
E io li guardo (metaforicamente, sia chiaro, non li incontro per davvero se non nei commenti di certe pagine) e mi chiedo:
ma quanto bisogno disperato avete di sentirvi desiderabili?
Quanto costa, oggi, un briciolo d’illusione?
E vale la pena pagarla in contanti e con la dignità in allegato?
Il Cavalca Tour, alla fine, è una tristezza tutta italiana.
Non c’è avventura, né la spensieratezza dell’inconsapevolezza.
C’è un marketing sottile della solitudine maschile, che trasforma la compagnia in prestazione, l’intimità in tariffario, e la seduzione in servizio express con fattura a parte (anzi no).
Ma non è una questione morale, eh.
È proprio una questione di ridicolo.
Di uomini che poi, magari, pontificano sulle “donne che non si curano più”, mentre si fanno trovare a petto nudo nella hall dell’Ibis con la birra in mano e il capello slavato.
Di maschi che pretendono il rispetto mentre si fanno taggare in stories con didascalie tipo “con il mio daddy” scritte con font rosa glitter.
Insomma: viva la libertà, viva l’economia circolare, viva tutto.
Ma ricordatevi, cari Cavalcati:
non è affetto,
non è passione,
non è giovinezza ritrovata.
È un POS.
E state strisciando.
