
Benvenuti nel mio studio. Oggi sul lettino si siede Tony Stark. In ritardo, ovviamente. Ma in jet privato.
Tony non è un uomo, è un concept: miliardario, genio, playboy, filantropo… e vittima cronica di burnout autoindotto.
Hai salvato il mondo, sì. Ma anche quanti danni hai fatto prima di farlo?
Tipo inventare un’arma che può distruggere mezzo pianeta e poi dire “Ops, colpa mia”? Classic Stark.
Diagnosi? Sindrome da salvatore superiore, con crisi d’identità da post-Captain-America.
Quando non si compra una coscienza su Amazon Prime, si gioca a fare Dio con l’intelligenza artificiale (ciao Ultron).
E in fondo, tutta quell’armatura serve solo a coprire un buco nel petto. Letteralmente e metaforicamente.
Cura consigliata: una settimana senza wi-fi, un corso di umiltà con Ant-Man, e uno scambio culturale con un idraulico di provincia.
(Ma poi chi glielo dice che non è il protagonista di tutto? Forse Pepper. Se sopravvive.)
