
Era il tramonto.
Ma non uno poetico. Uno di quelli che durano troppo e ti fanno pensare a quando ti sentivi meglio. (Nel 2009, forse.)
La panchina era lì, come sempre.
Vuota. Inquietante. Stranamente giudicante.
Io: “Aspetto qualcuno.”
Il mondo: “Chi?”
Io: “L’ansia. È in ritardo ma arriva sempre.”
E così mi sono seduta.
Una busta della spesa accanto, una notifica silenziata, e quell’aria da “sarei potuta essere una donna risolta, ma ho scelto la via della neuro-divergenza estetica”.
Cinque minuti dopo, è arrivata.
L’ansia.
Con la sua sciarpa grigia, le domande esistenziali e il solito tono passivo-aggressivo.
Si è seduta, ha detto “Allora, parliamo di tutto quello che stai rimandando da sei mesi?”
Io ho sorriso.
E le ho offerto una patatina.
