
Ho iniziato a guardare I racconti dell’ancella con la curiosità di chi si aspetta una storia lontana dalla realtà, qualcosa di crudo, sì, ma fittizio. Invece, puntata dopo puntata, ho iniziato a sentire un peso allo stomaco sempre più forte.
La sensazione disturbante che quella distopia, in fondo, non sia così irreale. Anzi. Che potrebbe accadere. O forse, in parte, stia già accadendo.
La serie – tratta dal romanzo di Margaret Atwood – è ambientata in un futuro prossimo dove un regime teocratico prende il controllo totale, soprattutto sui corpi delle donne. Le riduce a ancelle, semplici contenitori destinati alla riproduzione.
Ma il vero terrore non sta tanto nella brutalità evidente, quanto nella lenta transizione che porta a tutto questo.
Non c’è un colpo di stato spettacolare, nessuna rivoluzione violenta all’inizio. Solo un accumularsi di “piccole” restrizioni.
Un diritto che viene tolto. Un altro che viene sospeso “temporaneamente”.
Una legge che sembra assurda, ma viene approvata nel silenzio generale.
Un popolo che smette di fare domande, stanco, rassegnato, distratto.
E qui è scattata in me una riflessione profonda: quante volte, anche nella nostra società, accettiamo passivamente piccoli passi indietro in nome della sicurezza, della tradizione, dell’ordine?
Quanto spesso ci sentiamo dire: “non è il momento per queste battaglie”, “ci sono problemi più gravi”, “è sempre stato così”?
È lì che I racconti dell’ancella smette di essere una semplice serie.
Diventa un avvertimento. Una mappa dei pericoli. Una sveglia.
Perché ci mostra cosa può succedere quando normalizziamo l’anormale, quando smettiamo di vigilare, di partecipare, di indignarci.
E da madre, guardando Lucrezia, ho sentito una fitta.
Perché la libertà di cui godiamo oggi, le conquiste fatte a fatica da generazioni di donne prima di noi, non sono scolpite nella pietra.
Sono fragili. Esigono consapevolezza, coraggio, resistenza.
Questa serie mi ha fatto paura. Ma una paura buona. Una paura che risveglia.
Mi ha ricordato che ogni diritto nasce da una lotta, ma può morire nell’indifferenza.
Che la storia non è mai così lontana, e che le peggiori derive iniziano quando si smette di dire: “questo non va bene”.
Guardatela. Ma non come semplici spettatori. Guardatela come cittadini, come madri, come esseri umani.
E poi domandatevi: quanto manca, davvero, a Gilead?
