
Oggi ho sentito una frase che, inevitabilmente, mi ha fatto pensare. Dico inevitabilmente perché ormai mi conosco abbastanza bene da sapere che sono una di quelle persone che difficilmente riescono ad ascoltare qualcosa e lasciarlo semplicemente andare senza soffermarsi sul significato delle parole, soprattutto quando una frase riesce a toccare un punto che evidentemente, dentro di me, era già lì. Io ho questa tendenza, forse non sempre comodissima, a riflettere molto su quello che mi viene detto, a tornare sulle parole, a chiedermi perché siano state pronunciate proprio in quel modo e che cosa possano significare davvero, e diciamo che con l’overthinking ho ormai un rapporto piuttosto consolidato.
La frase che ho sentito oggi era: «Chiesi al tempo cosa fare e lui mi rispose: lasciami passare.»
Più ci penso e più mi rendo conto che, in fondo, dentro queste poche parole c’è una domanda che probabilmente ci siamo fatti tutti almeno una volta nella vita: che cosa devo fare adesso? Quando ci troviamo davanti a qualcosa che non riusciamo a comprendere, quando una situazione ci mette in difficoltà, quando una persona ci confonde oppure quando ci troviamo semplicemente in un momento in cui non sappiamo quale direzione prendere, cerchiamo quasi istintivamente una risposta e spesso pensiamo che quella risposta debba arrivare subito, perché l’incertezza ci mette a disagio e perché stare in mezzo alle possibilità, senza sapere quale sarà quella giusta, può essere molto più faticoso che scegliere anche quando non siamo davvero sicuri.
E allora cerchiamo di anticipare tutto. Pensiamo a quello che potrebbe succedere, immaginiamo conversazioni che ancora non abbiamo avuto, analizziamo parole dette magari giorni prima, proviamo a capire il comportamento degli altri e, soprattutto, cerchiamo di prevedere il finale di una storia che non è ancora arrivata alla fine. Io per prima so quanto sia facile cadere in questo meccanismo, perché quando una cosa mi interessa o mi coinvolge riesco tranquillamente a passarci sopra e tornarci sopra cento volte, cercando quel dettaglio che magari mi permetta finalmente di capire qualcosa che, semplicemente, non è ancora possibile capire.
Ed è proprio qui che quella frase mi ha colpita, perché la risposta che dà è quasi disarmante nella sua semplicità: lasciami passare.
Come se ci fosse qualcosa che ci sfugge e che forse facciamo fatica ad accettare, cioè che non tutte le risposte possono essere ottenute attraverso il ragionamento, non tutto può essere controllato e soprattutto non tutto deve essere necessariamente risolto nel momento esatto in cui ci poniamo la domanda.
Ci sono situazioni che hanno bisogno di svilupparsi, persone che devono mostrarci nel tempo chi sono davvero, decisioni delle quali possiamo comprendere le conseguenze soltanto dopo averle prese e sentimenti che hanno bisogno di sedimentare prima che riusciamo a guardarli con lucidità. A volte siamo convinti di avere bisogno di una risposta quando, in realtà, abbiamo semplicemente bisogno di uscire abbastanza da quella situazione per riuscire a vederla con occhi diversi.
Perché nel frattempo cambiamo anche noi.
Questa è forse la cosa che tendiamo a dimenticare quando aspettiamo che qualcosa si risolva: pensiamo che saremo noi stessi, con gli stessi pensieri, le stesse paure e le stesse esigenze, ad aspettare quella risposta, mentre invece ogni esperienza ci modifica, anche quando non ce ne accorgiamo. Quello che oggi ci sembra enorme può assumere proporzioni completamente diverse tra qualche mese, una persona che oggi occupa una parte enorme dei nostri pensieri può diventare semplicemente un capitolo della nostra storia e una scelta che oggi continuiamo a mettere in discussione può diventare più comprensibile quando avremo avuto la possibilità di vedere dove ci ha portato.
Questo non significa che tutto guarisca semplicemente perché passa il tempo, perché non credo molto nelle frasi fatte secondo cui prima o poi ogni cosa si aggiusta. Ci sono dolori che rimangono, assenze che continuano a farsi sentire e ricordi che conservano il loro peso anche a distanza di anni. Quello che spesso cambia, però, è il nostro modo di stare davanti a quelle cose, perché impariamo a conviverci, a comprenderle, qualche volta persino ad accettarle senza che questo significhi necessariamente dimenticarle.
Forse è proprio questo il significato che io riesco a dare oggi a quella frase. Non tanto l’idea di aspettare passivamente che qualcosa accada, quanto la possibilità di smettere, almeno per un momento, di pretendere di conoscere già tutte le risposte.
Perché una delle cose più stancanti del pensare troppo è proprio questa necessità di arrivare sempre a una conclusione, come se ogni dubbio dovesse necessariamente trasformarsi in una certezza e ogni situazione dovesse avere immediatamente una spiegazione. E invece alcune domande possono rimanere aperte, almeno per un po’, senza che questo significhi che stiamo sbagliando qualcosa.
Possiamo continuare a vivere anche senza sapere esattamente dove ci porterà una scelta, possiamo affezionarci a qualcuno senza sapere se resterà per sempre, possiamo chiudere una porta senza sapere quale altra si aprirà e possiamo attraversare un periodo difficile senza avere la garanzia che alla fine tutto avrà un senso.
Forse perché il senso, alcune volte, arriva soltanto dopo.
Una porta che oggi ci sembra una perdita potrebbe rivelarsi domani una deviazione necessaria, un addio che in questo momento ci appare soltanto doloroso potrebbe assumere un significato diverso quando avremo costruito qualcosa di nuovo e persino un errore che continuiamo a rimproverarci potrebbe diventare più comprensibile quando ci ricorderemo di chi eravamo nel momento in cui lo abbiamo commesso.
E allora forse quella frase non parla soltanto del tempo, ma parla soprattutto della nostra difficoltà a lasciargli spazio.
Noi vorremmo sapere, vorremmo capire, vorremmo essere preparati e possibilmente vorremmo evitare di soffrire. Vorremmo poter guardare avanti e sapere già che ne varrà la pena, ma la vita non ci offre quasi mai questo tipo di garanzie. Ci chiede piuttosto di fare un passo alla volta e di accettare che alcune cose diventeranno chiare soltanto mentre le attraversiamo.
Per questo continuo a tornare con il pensiero a quelle parole che ho sentito oggi. «Chiesi al tempo cosa fare e lui mi rispose: lasciami passare.» Forse perché, per una persona che tende a voler capire tutto prima ancora che le cose siano accadute, è una risposta difficile da accettare ma anche sorprendentemente liberatoria.
Non devo necessariamente sapere oggi come andrà a finire.
Non devo trovare una spiegazione per ogni cosa.
Non devo trasformare ogni dubbio in una domanda alla quale trovare immediatamente una risposta.
Posso anche semplicemente vivere quello che c’è, lasciare che le cose facciano il loro percorso e vedere, più avanti, che cosa avranno significato per me.
In fondo, forse, alcune delle risposte che cerchiamo con tanta ostinazione non arrivano quando finalmente riusciamo a trovarle, ma quando smettiamo di inseguirle e ci accorgiamo che, nel frattempo, siamo diventati abbastanza diversi da poterle finalmente comprendere.
E forse è proprio questo che voleva dire quella frase.
Lasciami passare.
Non è una richiesta di arrendersi, ma di avere pazienza con ciò che ancora non conosciamo e con noi stessi, che spesso pretendiamo di capire tutto molto prima di essere pronti a farlo.
