“Così passi dalla parte del torto”: una psicologa spiega perché questa frase è così sbagliata

Ho visto un video di una psicologa che parlava di dinamiche che, in un modo o nell’altro, abbiamo vissuto tutti, e a un certo punto ha spiegato qualcosa su una frase che abbiamo sentito talmente tante volte da averla quasi fatta diventare una regola di vita, senza nemmeno renderci conto di quanto possa essere pesante e, in alcuni casi, profondamente ingiusta: “Così passi dalla parte del torto.”

È una frase che, personalmente, ho dentro il cervello da sempre. E forse proprio per quello che sto vivendo ultimamente mi ha colpita ancora di più, perché in questo periodo me l’hanno detta praticamente tutti, o quasi. In modi diversi, con parole diverse, ma il concetto era sempre quello: stai in silenzio, non dire niente, fatti i fatti tuoi, non reagire, non cercare di fare questa cosa, perché potresti peggiorare la situazione.

E io, sinceramente, non lo so.

Non so se sia davvero sempre così. Non so se il silenzio sia sempre la scelta migliore. Non so se stare fermi, non dire, non fare, non reagire sia necessariamente sinonimo di maturità o di intelligenza. E soprattutto non so se, ogni volta che una persona che è stata ferita decide di parlare o di difendersi, debba automaticamente preoccuparsi di diventare lei quella dalla parte del torto.

Perché è proprio questo il meccanismo che mi ha fatto riflettere.

Quando qualcuno ti fa del male, sembra quasi che tu debba comunque riuscire a mantenere un comportamento impeccabile nei suoi confronti. Devi essere educato, comprensivo, disponibile, devi evitare di rispondere male, devi cercare di non arrabbiarti troppo, devi magari anche continuare a tendere la mano, perché altrimenti arriva quella frase: “Così passi dalla parte del torto.”

E allora ti ritrovi a fare una cosa assurda: invece di concentrarti su quello che hai subito, inizi a preoccuparti di come stai reagendo a quello che hai subito.

Ed è qui che, secondo me, c’è qualcosa di profondamente sbagliato.

Perché una cosa è riconoscere le proprie responsabilità. Se durante una discussione ho detto qualcosa di cattivo, se ho esagerato, se ho ferito qualcuno, se ho avuto un comportamento che so essere stato sbagliato, devo avere la maturità di riconoscerlo e di assumermene la responsabilità. Non credo affatto che il fatto di essere stati feriti ci autorizzi automaticamente a fare qualsiasi cosa; non credo che il dolore possa diventare una giustificazione per ferire a nostra volta.

Ma questo è molto diverso dal pensare che, per avere il diritto di parlare di un torto subito, dobbiamo necessariamente essere perfetti nella nostra reazione.

Perché non funziona così.

Posso aver reagito male e, allo stesso tempo, essere stata ferita. Posso aver detto una cosa sbagliata durante una discussione e, allo stesso tempo, avere delle ragioni per essere arrabbiata. Posso aver perso la pazienza senza che questo cancelli tutto quello che è successo prima.

E soprattutto, il fatto che io abbia sbagliato qualcosa non trasforma automaticamente l’altra persona in quella che aveva ragione.

Questa è forse la parte che mi colpisce di più.

Sembra quasi che ci sia questa necessità di stabilire una volta per tutte chi è il buono e chi è il cattivo, chi ha ragione e chi ha torto, quando invece nella realtà delle relazioni umane le cose sono molto più complicate. Possiamo sbagliare entrambi, possiamo ferirci entrambi, possiamo avere responsabilità diverse, possiamo aver reagito male a qualcosa che ci è stato fatto e possiamo anche avere bisogno di riconoscere i nostri errori senza per questo doverci prendere addosso anche quelli degli altri.

E allora forse dovremmo smettere di usare quella frase come una specie di ricatto morale.

“Così passi dalla parte del torto.”

Ma davvero?

Davvero il fatto che io scelga di parlare significa automaticamente che sto sbagliando?

Davvero il fatto che io non voglia più stare in silenzio significa che sto peggiorando la situazione?

Davvero mettere un confine, chiedere spiegazioni, dire quello che penso o semplicemente rifiutarmi di far finta che non sia successo niente significa che sono io quella che sta facendo qualcosa di sbagliato?

Non ho una risposta definitiva. Ed è proprio questo il punto.

Perché in questo momento mi trovo anch’io a chiedermi se stare in silenzio sia davvero la cosa giusta da fare oppure se, qualche volta, il silenzio serva semplicemente a proteggere una situazione che magari è già sbagliata, lasciando però tutto il peso sulle spalle di chi quella situazione la sta vivendo.

Forse a volte parlare peggiora davvero le cose. Forse ci sono situazioni in cui aspettare, prendere le distanze e non reagire d’impulso è la scelta più intelligente. Questo lo capisco.

Ma credo che debba esserci una differenza enorme tra scegliere il silenzio perché è ciò di cui abbiamo bisogno e stare in silenzio perché abbiamo paura che, se parliamo, diventeremo noi quelli dalla parte del torto.

Sono due cose completamente diverse.

Perché se durante una discussione ho sbagliato qualcosa, posso riconoscerlo. Posso chiedere scusa. Posso assumermi la mia responsabilità.

Ma non voglio più sentirmi obbligata a essere buona, calma, comprensiva e silenziosa nei confronti di chi mi ha ferito soltanto per paura che qualcuno possa guardare la mia reazione e decidere che, a quel punto, la colpa è diventata mia.

Perché essere una brava persona non significa essere disponibili a tutto.

Essere comprensivi non significa dover comprendere sempre e comunque.

Perdonare non significa essere obbligati a dimenticare.

E mettere un confine non significa necessariamente fare del male a qualcuno.

A volte ci hanno insegnato così bene a non “passare dalla parte del torto” che abbiamo finito per avere paura persino di difenderci.

Abbiamo paura di rispondere, paura di dire basta, paura di allontanarci, paura di essere arrabbiati, paura di non essere più gentili con chi non lo è stato con noi, perché in fondo nella nostra testa continua a risuonare quella frase: “Attenta, così passi dalla parte del torto.”

E invece forse no.

Forse posso guardarmi allo specchio e dire: “Sì, questa cosa che ho fatto non mi è piaciuta. Avrei potuto comportarmi diversamente. Me ne assumo la responsabilità.”

E subito dopo posso anche dire: “Ma questo non cancella quello che mi è stato fatto. E non significa che io debba continuare a permetterlo.”

Forse la vera maturità non sta nel riuscire sempre a essere la persona migliore della situazione.

Forse sta nel riuscire a riconoscere la propria parte, senza prendersi anche quella degli altri.

E soprattutto nel capire che non dobbiamo essere perfetti per avere il diritto di dire che qualcosa ci ha fatto male.

Perché a volte non stiamo “passando dalla parte del torto”.

Stiamo semplicemente cercando di capire dove finisce la responsabilità degli altri e dove comincia la nostra.

E, in questo momento, io questa risposta non ce l’ho ancora.

Non lo so.

So soltanto che non voglio più confondere il silenzio con la pace, né la bontà con il dover sopportare tutto.

E forse, prima di preoccuparci di quale parte stiamo occupando agli occhi degli altri, dovremmo chiederci una cosa molto più importante: quale parte stiamo occupando nella nostra stessa vita?

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