
Per anni mi sono chiesta se il problema fossi io oppure il posto in cui vivevo, perché quando nasci in una città ti insegnano quasi automaticamente a considerarla casa, ad amarla a prescindere e a difenderla anche quando senti che qualcosa, dentro di te, continua a dirti il contrario, salvo poi capire, con il passare del tempo, che non esiste alcun obbligo di appartenere a un luogo solo perché è quello in cui sei nata.
Tra pochi giorni lascerò definitivamente Pescara e, anche se non è la prima volta che me ne vado, sono consapevole che questa sarà l’ultima, semplicemente perché la vita mi ha portata altrove e perché oggi sento di aver finalmente trovato il coraggio di chiudere un capitolo che, in fondo, non è mai riuscito ad assomigliare davvero a casa.
Pescara è una città bella da guardare, con il mare a pochi passi, la montagna facilmente raggiungibile e una qualità della vita che tante persone apprezzano sinceramente, e non ho alcuna difficoltà a capire perché molti la amino e decidano di restarci per tutta la vita; il punto, però, è che io non sono mai riuscita a sentirmi parte di tutto questo, perché ciò che cercavo era qualcosa di diverso.
Ho sempre avuto la sensazione che qui l’apparenza avesse spesso più spazio della sostanza, che l’immagine contasse più delle idee e che, troppo frequentemente, le relazioni venissero costruite più sulle conoscenze che sul valore delle persone, una percezione che naturalmente appartiene alla mia esperienza personale e che non pretende di rappresentare la realtà di tutti.
Anche dal punto di vista culturale ho sempre avvertito un certo limite, perché oltre ai locali, ai ristoranti e alla vita serale, che sicuramente rappresentano una ricchezza per chi li ama, avrei desiderato una proposta più ampia, più varia, capace di offrire occasioni continue per crescere, confrontarsi e respirare cultura, elementi che per me hanno sempre avuto un peso importante.
Fa riflettere anche il rapporto con Gabriele D’Annunzio, uno dei personaggi più importanti della storia culturale italiana, nato proprio qui e spesso valorizzato maggiormente fuori dalla sua città natale, quasi come se non ci fosse piena consapevolezza dell’enorme patrimonio che rappresenta.
Naturalmente questa non vuole essere una verità assoluta, perché ogni città viene vissuta in modo diverso da chi la abita e sarebbe presuntuoso pensare che la mia esperienza coincida con quella degli altri; è semplicemente il racconto di come io abbia percepito questo luogo durante tutta la mia vita e del motivo per cui non l’ho mai sentito davvero mio.
Forse il regalo più grande che mi ha fatto Pescara è stato proprio quello di farmi capire cosa stessi cercando davvero, perché solo vivendo a lungo in un posto che senti stretto puoi riconoscere, quando finalmente arriva, la sensazione opposta, quella di respirare senza fatica e di sentirti finalmente nel posto giusto.
Per questo parto senza rabbia e senza desiderio di convincere nessuno che la mia scelta sia quella giusta, perché non esistono città perfette e non esistono città sbagliate in assoluto: esistono luoghi che ci assomigliano e altri che, semplicemente, parlano una lingua diversa dalla nostra.
Io quella lingua, dopo cinquantacinque anni, ho finalmente smesso di cercare di impararla, e credo che anche questo, in fondo, sia un modo per volersi bene.

Hai perfettamente ragione: amiamo i luoghi che ci assomigliano. Ad esempio, i sardi aprono i negozi solo a tarda mattinata, e molti di loro addirittura li aprono solo di pomeriggio. Ergo, se giri per Cagliari alle 10 di mattina trovi tutto chiuso, come se fossero le 2 di notte. Per me, che sono un iperattivo e non sto con le mani in mano neanche a Ferragosto, vivere in mezzo a della gente così pigra (anche solo per una vacanza di pochi giorni) è stata un’esperienza insopportabile. Viceversa, in Romagna la gente del posto lavora a pieno ritmo ed è super organizzata, quindi io mi sento perfettamente a mio agio, perché mi trovo in mezzo a persone che parlano la mia stessa lingua.
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