
Viviamo in un’epoca nella quale siamo continuamente esposti alla vita degli altri, ma quasi sempre ne vediamo soltanto la superficie. Scorriamo fotografie, video, racconti di nuovi inizi, trasferimenti, successi, cambiamenti e sorrisi, e nel giro di pochi secondi il nostro cervello costruisce una conclusione tanto veloce quanto sbagliata: che fortuna, beata lei, vorrei essere al suo posto. Raramente, però, ci fermiamo a chiederci quale sia stato il prezzo pagato per arrivare fino a quel momento che oggi ci sembra così desiderabile.
È una riflessione che faccio spesso, soprattutto da quando la mia vita ha preso una direzione completamente diversa da quella che avevo immaginato per decenni, perché se oggi qualcuno vede una donna che ha lasciato l’Italia per ricominciare in Francia accanto a sua figlia potrebbe pensare che sia stata una scelta coraggiosa, fortunata o persino invidiabile, senza sapere che quella decisione è stata il punto di arrivo di un percorso lungo, doloroso e pieno di ostacoli che, sinceramente, non augurerei a nessuno.
Prima di arrivare qui ho dovuto affrontare la perdita dei miei genitori, entrambi nel giro di appena tre anni, e chi ha vissuto un lutto così importante sa bene che non si tratta soltanto di affrontare il dolore della loro assenza, ma anche tutto quello che inevitabilmente ne consegue: responsabilità che cambiano improvvisamente, problemi economici, debiti, questioni pratiche da gestire mentre dentro di te stai ancora cercando di capire come si possa continuare a vivere quando vengono a mancare le persone che hanno rappresentato le tue radici per tutta la vita.
In quello stesso periodo ero anche una madre che cercava di garantire un futuro a sua figlia, facendo quadrare i conti e cercando di trasmetterle serenità quando, in realtà, dentro di me regnava il caos. Non è semplice continuare a essere un punto di riferimento quando sei tu la prima a sentirti persa, eppure ci sono momenti nei quali non hai davvero alternativa: vai avanti perché qualcuno conta su di te e perché fermarti non cambierebbe comunque la situazione.
Come se tutto questo non bastasse, arrivavo da vent’anni trascorsi in un ambiente di lavoro che definire tossico è probabilmente il modo più elegante per descriverlo. Ero entrata con entusiasmo, con la convinzione che l’impegno, la professionalità e la dedizione sarebbero stati riconosciuti, immaginando un percorso di crescita che, anno dopo anno, continuava a essere rimandato fino a trasformarsi in una promessa mai mantenuta. Senza quasi accorgermene, quel lavoro aveva iniziato a consumare la mia energia, la mia autostima e perfino la fiducia nelle mie capacità, lasciandomi addosso quella sensazione che tante persone conoscono bene: dare sempre il massimo senza sentirsi mai davvero valorizzate.
Anche la mia vita privata aveva lasciato ferite profonde. Alcune relazioni non fanno rumore, non finiscono sulle pagine di cronaca e non lasciano segni visibili sul corpo, ma riescono comunque a demolire lentamente la sicurezza che una persona ha in sé stessa, facendole credere di non essere abbastanza, di non meritare di più, di dover continuamente giustificare la propria esistenza. Quando finalmente riesci a uscirne, ti rendi conto che il lavoro più difficile non è chiudere quella porta, ma ricostruire la persona che eri prima di attraversarla.
Tutto questo insieme di esperienze mi ha portata a fare due anni di psicoterapia, un percorso che considero uno degli investimenti più importanti che abbia mai fatto nella mia vita, perché mi ha insegnato che chiedere aiuto non significa essere deboli, ma avere il coraggio di affrontare ciò che da soli non si riesce più a gestire. È stato un cammino lento, fatto di consapevolezze spesso dolorose, ma anche della riscoperta di una forza che avevo dimenticato di possedere.
Poi, quando meno me lo aspettavo, è arrivata un’opportunità che ha cambiato completamente la prospettiva. Mia figlia, mentre frequentava ancora il quinto anno di liceo, ha sostenuto un colloquio con Disneyland Paris e, dopo essere partita per quella che inizialmente sembrava soltanto un’esperienza temporanea, ha ricevuto un contratto a tempo indeterminato. In quel momento ci siamo trovate davanti a un bivio: continuare a vivere una vita che ormai non ci apparteneva più oppure avere il coraggio di ricominciare davvero.
Ricominciare, però, non è una parola romantica come spesso viene raccontata sui social. Ricominciare significa vendere la casa nella quale hai costruito una parte della tua esistenza, lasciare un Paese, affrontare una burocrazia completamente diversa, cercare un appartamento tra mille difficoltà, fare i conti con una lingua che ancora non padroneggi, cambiare abitudini, affrontare paure che nessuno vede e continuare ad andare avanti anche quando la stanchezza sembra avere il sopravvento.
Quando finalmente abbiamo trovato una casa e abbiamo potuto iniziare questa nuova fase della nostra vita, non ho avuto la sensazione di aver raggiunto un traguardo, ma piuttosto quella di aver conquistato il diritto di provarci ancora una volta, perché la verità è che nessuno può sapere se una scelta sarà davvero quella giusta. Possiamo soltanto decidere se continuare a restare dove siamo infelici oppure concederci la possibilità di cambiare.
Ecco perché ogni volta che sento qualcuno invidiare la vita di un’altra persona mi viene spontaneo pensare che, forse, prima di provare quel sentimento sarebbe più utile fare una domanda: quale strada ha dovuto percorrere per arrivare fin lì?
Perché dietro ogni cambiamento esistono quasi sempre rinunce che nessuno vede, notti insonni che nessuno racconta, lacrime asciugate lontano dagli occhi degli altri, paure affrontate in silenzio e decisioni prese quando non esisteva alcuna certezza di fare la cosa giusta.
Se oggi mi guardo indietro non penso di essere stata fortunata. Penso semplicemente di aver continuato a camminare anche quando ogni parte di me avrebbe voluto fermarsi. E forse è proprio questo il significato più autentico della resilienza: non essere invincibili, ma scegliere di rialzarsi ancora una volta, anche quando la vita ci ha convinti di non averne più la forza.

devi essere orgogliosa del percorso che hai fatto come lo hai affrontato e di come ti sei rimboccata le mani e rimessa in gioco !
proprio per questo ti stimo tanto !
un abbraccio
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Grazie per queste parole ❤️ oggi sono linfa 😘 un abbraccio a te
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