Les Espaces d’Abraxas: la visita guidata che ti fa scoprire il capolavoro di Ricardo Bofill vicino Parigi

Alcuni luoghi si visitano, altri si comprendono. Les Espaces d’Abraxas appartengono senza dubbio alla seconda categoria, perché limitarsi ad alzare lo sguardo davanti alle loro colonne monumentali e scattare qualche fotografia significa perdersi la parte più importante, quella che non si vede ma che continua a vivere tra quelle passerelle, quelle piazze e gli appartamenti che ancora oggi ospitano centinaia di famiglie.

La visita guidata che ho avuto la fortuna di fare con Samir è stata una delle esperienze più belle da quando vivo in Francia. Samir non è una guida che si limita a raccontare date e nomi: vive agli Espaces d’Abraxas da quando aveva quattordici anni e, mentre cammini accanto a lui, hai la sensazione che ogni angolo abbia un ricordo da condividere, ogni scala una storia da raccontare e ogni finestra un piccolo aneddoto che nessuna guida cartacea potrebbe mai riportare.

Dietro questo complesso si nasconde il genio dell’architetto catalano Ricardo Bofill, che tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta immaginò qualcosa di completamente diverso rispetto ai tradizionali quartieri popolari. Il suo obiettivo non era costruire semplicemente delle abitazioni, ma creare una vera città verticale dove persone appartenenti a classi sociali diverse potessero vivere insieme, incontrarsi ogni giorno e sentirsi parte della stessa comunità. Era convinto che la bellezza non dovesse essere un privilegio riservato ai quartieri più ricchi e che anche un complesso di edilizia residenziale potesse offrire la stessa imponenza di un palazzo reale.

Per questo motivo progettò tre edifici monumentali, Le Théâtre, L’Arc e Le Palacio, ispirandosi all’architettura classica, ma realizzandoli in cemento prefabbricato modellato per sembrare pietra. Passeggiando tra le colonne gigantesche, gli archi monumentali e le prospettive che cambiano continuamente sembra davvero di trovarsi sul set di un film, ed è probabilmente questo il motivo per cui registi provenienti da tutto il mondo continuano a sceglierlo come location cinematografica.

Una delle cose che mi ha colpito maggiormente è stato capire quanto ogni dettaglio fosse stato studiato per favorire la vita di comunità. Gli ascensori, ad esempio, non si fermano a ogni piano come accade normalmente, ma soltanto a determinati livelli. Da lì si prosegue attraverso scale e passerelle che collegano le varie abitazioni, quasi come se si percorressero delle strade sospese. Ancora più sorprendente è sapere che i tre edifici comunicano tra loro e che, se un ascensore dovesse essere fuori servizio, nella maggior parte dei casi basta attraversare uno dei collegamenti interni per utilizzare quello di un altro edificio e raggiungere comunque il proprio appartamento. Una soluzione tanto insolita quanto intelligente, che racconta perfettamente il modo di pensare di Bofill.

Durante la visita siamo entrati anche in uno degli studi situati al piano terra e lì ho scoperto un’altra intuizione che ho trovato semplicemente geniale. Grazie ai soffitti altissimi, gli appartamenti sfruttano lo spazio in verticale con un mezzanino dove trovano posto il bagno e altri ambienti di servizio. Una soluzione tanto semplice quanto brillante che permette di utilizzare ogni centimetro disponibile senza rinunciare alla luminosità e all’ampiezza degli ambienti.

Samir ci ha raccontato che, almeno nei primi anni, il sogno di Ricardo Bofill sembrava funzionare davvero. Gli abitanti si conoscevano, condividevano gli spazi comuni e vivevano il quartiere con un forte senso di appartenenza. Poi, con il passare del tempo, arrivarono i problemi economici e sociali, il degrado e perfino il rischio che tutto questo venisse cancellato.

A un certo punto, infatti, si parlò seriamente della demolizione degli Espaces d’Abraxas. Sarebbe stata la fine di uno dei complessi architettonici più originali d’Europa. Samir ci ha raccontato un episodio che gli abitanti ricordano ancora oggi: il sindaco uscente, prima di lasciare l’incarico, avrebbe chiesto al nuovo sindaco, appartenente a uno schieramento politico opposto, di fare una sorta di patto d’onore affinché questo luogo non venisse abbattuto. Oggi gli Espaces d’Abraxas sono ancora lì e attirano visitatori da tutto il mondo, dimostrando che, a volte, salvare un’opera significa salvare anche un pezzo di storia.

Il cinema ha contribuito enormemente alla fama del complesso. Film come Brazil e Hunger Games hanno scelto questi edifici come scenografia naturale e Samir ci ha raccontato anche un aneddoto divertente. Il problema principale durante le riprese non era tanto costruire il set, perché il set esisteva già, quanto ricordarsi che quelle finestre appartenevano a persone vere. Le produzioni cercavano di evitare che gli abitanti si affacciassero durante i ciak e pare che qualcuno abbia perfino rifiutato di rinunciare alla curiosità di vedere cosa stesse succedendo sotto casa. Del resto, se ti ritrovi una troupe hollywoodiana nel cortile, resistere è davvero difficile.

Un altro momento che non dimenticherò facilmente è stata la salita fino al diciassettesimo piano. Da lassù il panorama è spettacolare e nelle giornate limpide si distinguono perfettamente la Tour Eiffel, la Torre di Montparnasse, La Défense e gran parte dell’Île-de-France. Guardando quel panorama ci si rende conto di quanto Noisy-le-Grand sia vicina a Parigi e, allo stesso tempo, di quanto questo luogo sembri appartenere a un universo completamente diverso.

Tra i racconti che mi hanno colpito di più resta anche quello della festa di Halloween. Ogni 31 ottobre gli abitanti trasformano completamente gli Espaces d’Abraxas con decorazioni, scenografie, spettacoli e animazioni, accogliendo migliaia di persone. Samir ci ha raccontato che lo scorso anno i visitatori sono stati circa 4.500. Mi ha fatto sorridere pensare che un luogo progettato per creare relazioni continui ancora oggi a riunire così tante persone proprio grazie ai suoi abitanti.

Alla fine della visita mi sono resa conto che gli Espaces d’Abraxas non sono semplicemente un capolavoro di architettura postmoderna. Sono il tentativo, forse utopico ma incredibilmente affascinante, di dimostrare che la bellezza può appartenere a tutti e che perfino un edificio può diventare uno strumento per costruire una comunità.

Per questo motivo voglio darvi un consiglio. Non fate l’errore di andare agli Espaces d’Abraxas semplicemente per scattare due fotografie e andarvene via, perché sarebbe davvero un peccato. Quegli edifici sono spettacolari già da soli, ma senza conoscere la loro storia, il progetto di Ricardo Bofill, il sogno che si nasconde dietro quelle colonne gigantesche e le vicende che hanno rischiato perfino di portarli alla demolizione, resteranno soltanto uno sfondo perfetto per Instagram.

Il modo migliore per scoprirli è partecipare alla visita guidata condotta da Samir, che riesce a trasmettere non soltanto la storia del complesso, ma anche quella delle persone che lo abitano, con una passione contagiosa e una quantità incredibile di aneddoti che difficilmente troverete in una guida turistica. La visita dura circa un’ora e mezza, costa 12 euro, è disponibile esclusivamente in francese e può essere prenotata sul sito Explore Paris.

Gli Espaces d’Abraxas si trovano in Place des Fédérés, 93160 Noisy-le-Grand. Arrivare da Parigi è semplicissimo: basta prendere la RER A in direzione Marne-la-Vallée – Chessy oppure Torcy, scendere alla fermata Noisy-le-Grand – Mont d’Est, seguire l’uscita Centre Commercial e, in circa cinque minuti a piedi, vi ritroverete davanti a uno dei complessi architettonici più incredibili della Francia.

Sono arrivata pensando di visitare un luogo iconico, sono tornata a casa con molto di più. Ho scoperto un sogno, un’idea di città, una comunità che continua a vivere tra quelle mura e la conferma che, a volte, le storie più belle non si trovano nei monumenti più famosi, ma in quei luoghi che riescono ancora a emozionare chi ha voglia di fermarsi ad ascoltarle.

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