
Settembre 1991 si porta dietro un’aria che oggi riconosco subito, anche a distanza di decenni, perché profuma di prime volte, di indipendenza conquistata con fatica e di quella leggerezza un po’ incosciente che appartiene solo a chi non sa ancora quanto certe scelte, apparentemente piccole, possano diventare gigantesche nel tempo.
Quel viaggio in Francia non era solo una vacanza, anche se io lo chiamavo così per semplicità, ma dentro aveva già tutto: il lavoro fatto per potermelo permettere, la voglia quasi fisica di vedere Parigi, di perdermi a Versailles, e soprattutto quella spinta testarda verso qualcosa che ancora non esisteva davvero, ma che stava per aprire le porte a un immaginario nuovo, gigantesco, quasi irreale per l’Europa di allora: Euro Disney.
Non era ancora il luogo che oggi conosciamo, non aveva ancora costruito quell’aura fatta di code, fotografie perfette e sogni confezionati, ma era una promessa, e io con le promesse ho sempre avuto un rapporto pericoloso, perché finisco per crederci davvero, per inseguirle anche quando sono solo abbozzate, anche quando sono poco più di un cartello con scritto “prossimamente”.
E così ci sono andata, con una determinazione silenziosa che oggi riconosco come una delle mie caratteristiche più fedeli, quella che mi fa muovere anche quando non ho tutte le informazioni, anche quando non ho la minima idea di dove mi porterà una scelta.
Quello che non sapevo, e che forse nessuno può sapere mentre vive il presente, è che certi luoghi non si limitano a esistere nel momento in cui li attraversi, ma si depositano da qualche parte dentro di te e aspettano, con una pazienza quasi crudele, il momento giusto per tornare.
Trentacinque anni dopo, quella scena si ripresenta, ma completamente riscritta, come se qualcuno avesse preso la mia vita, l’avesse piegata e poi riaperta in un punto diverso, lasciando però intatto il filo che collega tutto.
Nel 1991 non potevo immaginare che avrei avuto una figlia, e ancora meno che quella figlia, a diciott’anni, sarebbe diventata Cast Member a Disneyland Paris, proprio lì, nello stesso luogo che io avevo cercato quando era ancora un’idea in costruzione, un progetto ambizioso con un nome che oggi suona quasi nostalgico: Euro Disney.
E invece succede.
Succede che lei entra in quel mondo non da visitatrice, ma da protagonista silenziosa, con un badge al posto del biglietto, con una quotidianità fatta di sorrisi, turni e magia costruita pezzo dopo pezzo, e succede anche che io, qualche mese dopo, mi ritrovo a fare le valigie per raggiungerla, come se quel viaggio iniziato nel 1991 non si fosse mai davvero concluso.
A cambiare non è il luogo, ma lo sguardo, perché nel frattempo la vita ha aggiunto strati, ha tolto illusioni inutili e ne ha lasciate altre, più sottili, più resistenti, e soprattutto ha trasformato quella ragazza che partiva per una vacanza in una donna che riconosce i cerchi quando si chiudono.
Un mio ex diceva sempre che la vita è strana, ma con il tempo ho capito che la stranezza non c’entra niente, perché quello che chiamiamo strano è spesso solo qualcosa che non riusciamo a prevedere, qualcosa che non rientra nei nostri piani ordinati e rassicuranti.
La vita, invece, segue una logica tutta sua, che non ha bisogno di spiegarsi mentre accade, ma che diventa chiarissima quando ti volti indietro e inizi a collegare i punti, uno dopo l’altro, come in un disegno che prende forma solo alla fine.
Rivedo quella ragazza del 1991 e mi viene da sorridere, perché pensava di stare semplicemente partendo per un viaggio, senza sapere che stava già entrando in una storia molto più lunga, una storia che avrebbe attraversato il tempo, sarebbe cambiata, si sarebbe arricchita, e poi sarebbe tornata da lei sotto forma di sua figlia.
E forse il punto è proprio questo: alcuni viaggi non finiscono quando torni a casa, ma continuano a vivere in silenzio, aspettando il momento giusto per ricordarti che non erano solo viaggi, ma inizi.
