Pain au chocolat gigante: quando Lucrezia manda una foto e la dieta chiede il trasferimento

Arriva un messaggio, uno di quelli apparentemente innocui, senza preavviso e senza alcuna intenzione di rispettare la tua stabilità emotiva alimentare, e dentro quel messaggio una foto: Lucrezia decide che condividere un pain au chocolat gigantesco sia un gesto neutro, quasi affettuoso, mentre in realtà scatena una crisi esistenziale fatta di burro, nostalgia e desiderio puro.


L’immagine non lascia spazio a interpretazioni né a dignità: una viennoiserie fuori scala, dorata al punto giusto, con quella superficie sfogliata che sembra sussurrare promesse che nessun piano alimentare potrà mai mantenere, e un interno che si intuisce già senza bisogno di aprirlo, stratificato, generoso, scandalosamente perfetto, come tutte le cose che non arrivano quando servono davvero.


Da qualche parte, a Parigi, qualcuno ha deciso che il concetto di “colazione” dovesse essere rivisto in chiave teatrale, portando il classico pain au chocolat a dimensioni tali da trasformarlo in esperienza, in racconto, in oggetto del desiderio collettivo che vive tra una storia Instagram e un volo low cost cercato alle due di notte con la convinzione che sì, forse questa è la volta buona.


Il punto non è nemmeno il dolce in sé, che resta tecnicamente una pasta sfoglia con cioccolato, ma tutto quello che si porta dietro: il gesto di mandare quella foto, la complicità implicita, il sottotesto che dice “so esattamente cosa sto facendo e non mi fermerò”, e tu che guardi lo schermo oscillando tra l’orgoglio materno e un leggero risentimento gastronomico, perché certe esperienze andrebbero condivise dal vivo, con le mani sporche di zucchero e le briciole che finiscono ovunque tranne dove dovrebbero.


Alcune boulangerie hanno trasformato questa provocazione in una vera e propria firma, come Philippe Conticini, dove il concetto di dolce si avvicina più all’architettura che alla pasticceria, oppure Bo&Mie, tempio dichiarato delle tentazioni sproporzionate, e ancora Maison Louvard, dove la parola “abbondanza” non viene mai usata con cautela ma sempre con entusiasmo.


Il risultato finale non riguarda solo il gusto, che pure ha la sua importanza e il suo momento di gloria, ma quella sensazione precisa e inconfondibile di essere stati colpiti nel punto giusto, quello in cui il cibo smette di essere nutrimento e diventa racconto, relazione, memoria condivisa, anche quando passa attraverso lo schermo di un telefono.


Lucrezia manda la foto, tu la guardi, sorridi, forse sbuffi, forse inizi già a cercare un biglietto, e nel frattempo accetti una verità semplice e disarmante: alcune cose non servono a essere capite, servono a essere morse.

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