
L’ironia non è una richiesta di spiegazioni
Da qualche tempo mi capita sempre più spesso di osservare una dinamica che, più che infastidirmi, mi lascia in una specie di stanchezza lucida, quella che arriva quando ti rendi conto che non è il singolo episodio ma il meccanismo a ripetersi identico, sotto ogni contenuto, sotto ogni frase che non nasce con l’intenzione di essere una guida, un articolo, un contenuto didascalico.
La puntualizzazione sistematica.
Non il confronto, che continuo a considerare una delle forme più alte di intelligenza collettiva, non il commento che aggiunge uno sguardo diverso o un’esperienza altra, ma proprio quel riflesso automatico che trasforma qualsiasi cosa in una lezione non richiesta, anche quando il tono, il contesto e il linguaggio dicono chiaramente altro.
Ed è qui che, probabilmente, si crea l’equivoco più grande: l’incapacità (o la mancanza di abitudine) a distinguere tra i diversi spazi della scrittura.
Questo blog esiste dal 2016.
Prima ancora, per anni, ho scritto per un altro progetto.
In mezzo ci sono stati viaggi, collaborazioni, studio, esperienza sul campo, errori, crescita, relazioni professionali costruite nel tempo, l’ingresso negli Insidear Disney nel 2018, e una quantità di ore invisibili che non fanno rumore ma fanno sostanza.
Qui dentro gli articoli nascono con una struttura precisa, con una responsabilità precisa, con un lavoro che parte molto prima della pubblicazione e continua anche dopo.
I social, invece, sono un’altra lingua.
Sono il luogo dell’osservazione veloce, dell’ironia, della leggerezza consapevole, del pensiero che non pretende di essere esaustivo, della battuta che esiste perché abbiamo bisogno anche di quello, di uno spazio in cui il racconto non sia sempre una guida, una spiegazione, una performance.
Il problema nasce quando queste due dimensioni vengono sovrapposte.
Quando un post ironico viene letto come un articolo informativo.
Quando una battuta viene trattata come un’affermazione da verificare.
Quando il tono sparisce e resta solo il pretesto per poter dire “in realtà”.
Non è una questione di permalosità, e ridurre tutto a quello sarebbe la scorciatoia più semplice e meno onesta.
È una questione di riconoscimento del linguaggio e del lavoro.
Perché scrivere un contenuto informativo significa assumersi una responsabilità precisa, e quella responsabilità io la prendo da anni, con una cura che chi legge il blog conosce bene: o parlo di qualcosa che ho vissuto, oppure mi fermo, studio, mi documento per settimane, incrocio fonti, raccolgo materiali, costruisco un pensiero che abbia un senso.
Ed è esattamente per questo che rivendico anche il diritto all’ironia, alla leggerezza, al post che nasce per far sorridere o per condividere un frammento di quotidianità senza dover diventare per forza una lezione.
Perché l’ironia non è superficialità.
È un altro livello di lettura.
È un codice.
E continuare a smontarla con lo spiegone, puntualizzare l’ovvio, precisare ciò che non ha bisogno di essere precisato, non aggiunge contenuto: sposta semplicemente l’attenzione dal racconto alla necessità di mettersi in cattedra.
Dentro ogni contenuto che pubblico, anche il più leggero, c’è comunque una persona che questo lavoro lo fa da anni, che ha investito tempo, energie, risorse economiche, che ha costruito credibilità passo dopo passo, che ha scelto di non parlare quando non aveva qualcosa di sensato da dire, in un’epoca in cui riempire lo spazio sembra l’unico modo per esistere.
Ed è forse proprio questa la parte più faticosa: la sensazione che, nell’epoca in cui tutti possono dire tutto (cosa che considero un valore enorme) si sia persa l’abitudine ad ascoltare il tono, a riconoscere il contesto, a distinguere tra un contenuto che vuole informare e uno che vuole semplicemente condividere uno sguardo.
Il confronto resta una delle cose che cerco e che amo di più, perché è lì che le idee si allargano e prendono aria.
Ma il confronto esiste solo quando si parte dal presupposto che anche dall’altra parte ci sia qualcuno che sa quello che sta facendo.
E allora questo spazio (il blog) diventa ancora una volta il luogo in cui il rumore si abbassa, in cui non c’è bisogno di spiegare che una battuta è una battuta, in cui il tempo della lettura torna ad essere un tempo lento, in cui le parole possono riprendersi la loro profondità senza essere immediatamente trasformate in un campo di correzione.
Un luogo in cui posso fare, semplicemente e con la stessa ostinazione di sempre, quello che faccio da anni: scrivere con cognizione di causa quando serve, e usare l’ironia quando ne ho voglia, senza che le due cose debbano per forza essere confuse.
Perché non tutto nasce per insegnare qualcosa.
Alcune cose nascono solo per essere capite.
