
Non ho mai viaggiato davvero da sola, se per “sola” intendiamo senza Lucrezia, perché per diciotto anni io e lei siamo state una squadra compatta, due trolley e una visione del mondo tutta nostra, fatta di mappe spiegazzate, panini mangiati su panchine improbabili e quella complicità silenziosa che si crea quando cresci una figlia e, nel frattempo, cresci anche tu.
E adesso che lei non è qui con me, che la vita si è fatta adulta pure per lei, mi ritrovo a scegliere di partire comunque. Ma non con chiunque.
Parto con mia zia.
Perché sì.
Perché alcune scelte non hanno bisogno di giustificazioni articolate, anche se poi io le articolerò lo stesso, che mi conoscete: mi piace scavare, capire, raccontare.
Parto con mia zia perché ha una vitalità che sposta l’aria, una di quelle energie che non fanno rumore ma ti trascinano fuori di casa anche quando sei sommersa dagli scatoloni di uno sgombero che ti sta lentamente mangiando i nervi. Cammina più di tante mie coetanee, osserva di più, chiede di più, si incuriosisce di più. Non ha quella stanchezza preventiva che vedo in giro, quel “eh ma è lontano”, “eh ma poi fa freddo”, “eh ma c’è traffico”. Lei no. Lei è un sì ambulante.
E io, in questo momento, ho bisogno di qualcuno che sia un sì.
Un giorno andremo ad Agnone, a respirare quell’aria che sa di campane e silenzi antichi, e poi ci fermeremo a Castelpetroso, dove il Santuario di Maria Santissima Addolorata sembra spuntare dalla roccia come una visione, quasi a ricordarti che la bellezza può essere anche un atto di resistenza.
La settimana dopo punteremo dritte verso Napoli, che non è mai solo una città ma un organismo vivo, contraddittorio, teatrale, e scenderemo nella Cappella Sansevero per restare in silenzio davanti al Cristo velato, che ogni volta ti fa dubitare di tutto quello che pensavi di sapere sul marmo, sull’arte, sulla materia.
E mentre cammineremo, parleremo. Di viaggi, di libri, di persone, di donne.
Perché la verità è che la mia passione per il viaggio non nasce per caso. L’ho imparata guardandola. L’ho imparata vedendola organizzare partenze con naturalezza, adattarsi agli imprevisti senza scenate, trovare soluzioni mentre altri cercavano problemi. Ho preso da lei il gusto di partire anche quando non è tutto perfetto, anche quando la vita non è allineata, anche quando dentro hai un po’ di caos.
Il mio esempio femminile è stato lei.
Non perché le madri non siano importanti, ma perché la mia non stava bene e io, per crescere, avevo bisogno di un modello di donna che camminasse dritta nel mondo, che non si facesse definire solo dalle difficoltà, che sapesse essere colta, curiosa, autonoma, presente. E quel modello l’ho trovato in mia zia.
Quando dico che parto con lei “perché sì”, in realtà sto dicendo che parto con una parte di me che conosco da sempre, con una radice, con una continuità. Sto dicendo che in mezzo a uno sgombero che mi sta facendo impazzire, tra oggetti da selezionare e ricordi da maneggiare con i guanti, scelgo di respirare. Scelgo di camminare. Scelgo di ricordarmi chi sono quando non sono solo una donna stanca tra scatole e burocrazia.
Sono una che viaggia.
Sono una che osserva.
Sono una che ha imparato da un’altra donna che il mondo non si guarda dalla finestra, si attraversa.
E allora sì, parto con mia zia.
Perché è una compagna di viaggio incredibile.
Perché è tanta roba.
Perché quando cammino accanto a lei mi ricordo da dove vengo e, soprattutto, dove voglio continuare ad andare.
Grazie Zie’.
