Viaggiare da soli non è triste

«Parto da sola.»

La frase di solito produce una micro-pausa, un leggerissimo incepparsi della conversazione, lo stesso effetto che farebbe una dichiarazione tipo “ho deciso di trasferirmi in Islanda per coltivare licheni”.

Lo sguardo cambia, diventa un misto tra la preoccupazione e la compassione, e dopo qualche secondo arriva la domanda, sempre quella, pronunciata piano come se si stesse toccando un argomento delicato:
«Eh… ma non ti senti sola?»

E ogni volta mi viene da rispondere che no, non mi sento sola, mi sento libera, che è una parola completamente diversa, ma capisco che non tutti abbiano installato questo aggiornamento interiore, perché per farlo bisogna disimparare anni di narrazione in cui una persona da sola è automaticamente una persona a cui manca qualcosa.

L’idea dell’incompletezza è il primo grande mito, quello più resistente, quello che ci portiamo dietro senza neanche accorgercene: se non hai un accompagnatore ufficiale allora stai riempiendo un vuoto, stai compensando un’assenza, stai facendo di necessità virtù.
Invece no.

Viaggiare da soli è una scelta attiva, piena, consapevole, ed è una scelta che contiene dentro una quantità di libertà difficilmente spiegabile a chi ha sempre e solo viaggiato mediando: non dover contrattare gli orari, non dover tradurre ogni emozione in tempo reale, non dover dire “ok, facciamolo per gli altri” quando in realtà vorresti restare seduta su quella panchina ancora mezz’ora a guardare la gente passare.

Non è egoismo, è igiene mentale, è lo spazio rarissimo in cui torni a sentire cosa vuoi davvero senza il rumore di fondo delle aspettative condivise.

Poi c’è il grande classico della noia, che è la mia teoria preferita perché rivela una cosa bellissima: l’idea che stare con se stessi sia un’attività di serie B, una specie di sala d’attesa dell’esistenza.
Come se senza qualcuno accanto a commentare ogni dettaglio il mondo perdesse automaticamente interesse.

La verità è che quando viaggi da sola succede esattamente il contrario: guardi di più, ascolti di più, ti perdi anche volontariamente perché non devi rendere conto a nessuno, entri in un posto solo perché ti ha incuriosita una porta, mangi quando hai fame e non quando “è ora”, cambi programma senza dover convocare un piccolo consiglio di amministrazione.

E in mezzo a tutto questo accade una cosa leggermente scomoda ma potentissima: ti incontri.

Non la versione di te che funziona nelle relazioni, non quella che media, organizza, tiene insieme, ma quella che sente, osserva, decide.

Non è noia.
È un ritorno.

E poi c’è la frase detta sottovoce, quella con la vera carica emotiva: “È triste perché non hai con chi condividere”.
Che sottintende un’idea di condivisione molto precisa, cioè che qualcosa esista davvero solo se viene commentato in tempo reale, fotografato insieme, validato da uno sguardo accanto.

Viaggiare da sola ti insegna invece una cosa rivoluzionaria e quasi sovversiva: puoi vivere un’esperienza senza tradurla subito, puoi tenerla dentro per qualche ora, per qualche giorno, puoi lasciarla decantare senza trasformarla immediatamente in racconto, senza performance, senza la necessità di riempire ogni silenzio.

E quando la condividi lo fai perché ne vale la pena, non perché devi dimostrare che quel momento è esistito.

La parte che spesso non viene detta è che il viaggio in solitaria fa paura non perché sia triste, ma perché mette davanti a uno specchio: non c’è nessuno con cui distrarsi, nessuno che riempia i vuoti, nessuno che faccia da filtro tra te e quello che provi.

Fa paura a chi non ha mai imparato a stare con se stesso, a chi ha bisogno di conferme continue, a chi ha confuso la compagnia con l’assenza del vuoto.

Ed è comprensibile, davvero, perché non è un passaggio obbligatorio e non è per tutti.

Ma smettiamola di chiamare triste ciò che semplicemente non rientra nel nostro modo di stare al mondo.

Viaggiare da soli non è una versione ridotta del viaggio, non è un piano B, non è un ripiego: è un’esperienza più intensa, più onesta, più nuda, è un atto di fiducia verso se stessi che dice posso bastarmi mentre attraverso il mondo.

E quando qualcuno insiste con quel tono dolcemente pietoso, “da sola non è la stessa cosa”, viene quasi da sorridere.
Perché è vero.
Non è la stessa cosa.
È molto meglio. ✈️💫

Un pensiero riguardo “Viaggiare da soli non è triste

  1. Anche secondo me viaggiare da soli è molto meglio che viaggiare in compagnia, perché se scegli quest’ultima soluzione poi devi adeguarti a ciò che l’altra persona vuole fare e vedere. Se poi le persone con cui viaggi sono più di una, a quel punto incastrare i desideri di ognuno diventa ancora più complicato.

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