Se va virale allora è di qualità

Questa frase non viene quasi mai detta ad alta voce, ma aleggia ovunque, come una regola non scritta che abbiamo interiorizzato senza accorgercene, la stessa logica per cui al ristorante scegli il piatto con più stelline anche se non hai idea di cosa contenga, perché se piace a tutti allora deve essere buono, giusto?

Sui social funziona così: numeri enormi, visualizzazioni che scorrono come il contachilometri in autostrada, cuori, condivisioni, commenti a perdita d’aria, e quella sensazione immediata e quasi fisica che qualcosa stia “funzionando”.

Il problema è che funzionare e valere non sono la stessa cosa.

La viralità è un fenomeno di diffusione, non un sistema di valutazione qualitativa, e confondere le due cose è una delle grandi illusioni del nostro tempo digitale, una leggenda metropolitana che gira con la stessa ostinazione di certe frasi dette a Natale dai parenti che non hanno mai letto quello che scrivi ma sanno già come dovresti farlo.

Perché un contenuto può esplodere per mille motivi che con la qualità hanno poco a che fare: può essere semplicissimo da capire, può dire esattamente quello che le persone vogliono sentirsi dire senza creare attrito, può provocare una reazione immediata (indignazione, tenerezza, rabbia, senso di appartenenza) può avere la musica giusta, il taglio giusto, la faccia sorpresa nel punto giusto.

Tutto legittimo, per carità.
Ma la qualità è un’altra cosa, e soprattutto ha un altro tempo.

Il contenuto virale vive di consumo rapido, deve essere chiaro in pochi secondi, possibilmente mentre stai aspettando al semaforo o stai evitando una telefonata scomoda, non può permettersi di essere complesso, stratificato, contraddittorio, perché la complessità rallenta, e ciò che rallenta non viene premiato.

La qualità invece rallenta per definizione.

Richiede attenzione, a volte chiede uno sforzo, non sempre è immediatamente piacevole, non sempre ti fa sentire dalla parte giusta del mondo, e soprattutto non sempre ti prende per mano.

È come un buon libro che all’inizio ti spiazza, come una conversazione vera che non puoi ridurre a una frase da sottolineare, come una verità che non ti accarezza ma resta lì a lavorarti dentro.

L’algoritmo, dal canto suo, non è un critico letterario e non ha alcuna intenzione di diventarlo: non premia ciò che è scritto meglio, ciò che è più onesto, ciò che è documentato, ciò che ha una visione.

Premia ciò che trattiene, ciò che fa reagire, ciò che genera rumore.
E il rumore non è il valore.
Il rumore è il rumore.

Allora la domanda vera non è perché esistano contenuti virali (esistono ed è normale) ma perché noi continuiamo ad associare quel successo numerico a una forma di legittimazione culturale, come se quei numeri fossero una giuria invisibile che certifica cosa vale e cosa no.

La risposta, se siamo onesti, è semplice e anche molto umana: siamo stanchi, siamo sommersi, abbiamo bisogno di scorciatoie per orientarci, e pensare che se piace a tutti allora è giusto ci toglie il peso di scegliere, di valutare, di esercitare il senso critico.

Ma la qualità vera non funziona così.
La qualità spesso non piace a tutti.
A volte piace a pochi.
Quasi mai urla.

La qualità parla con una voce normale e aspetta che qualcuno abbia davvero voglia di ascoltare.
E questo vale anche quando sei tu a creare.

Perché in un mondo in cui tutto sembra misurarsi in numeri è facilissimo sentirsi fuori posto se qualcosa che hai scritto con cura, con tempo, con verità, non “esplode”, se non entra nel circuito della dopamina facile, se non viene validato immediatamente.

Ma non è un errore.
È una scelta.

Scegliere di fare qualcosa che resta invece di qualcosa che passa, scegliere il valore invece del rumore, scegliere la profondità invece della superficie, anche quando la superficie è quella che viene premiata.

E no, non significa non capire i social.
Significa capirli benissimo e decidere che non saranno loro a stabilire cosa vale.

È una scelta poco virale, certo.
Ma tremendamente, ostinatamente, meravigliosamente di qualità. 💥✨

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