L’ordine del tempo: rivedere oggi il film di Liliana Cavani significa guardarsi allo specchio

Un film visto un paio di anni fa e rivisto ora, e come spesso accade quando il tempo nel frattempo ha lavorato in silenzio dentro di noi, non è più lo stesso film, non perché sia cambiato lui, ma perché siamo cambiati noi, perché il tempo (quello vero, quello che non si misura ma si sente) non passa mai invano.

E L’ordine del tempo di Liliana Cavani, oggi, pesa di più, o forse colpisce meglio, entra più a fondo, smette di essere una sensazione sospesa e diventa un pensiero chiaro, netto, quasi scomodo: non parla del tempo che finisce, ma di quello che sprechiamo senza accorgercene.

Quando lo vidi la prima volta mi lasciò addosso qualcosa di indefinito, una sorta di malinconia elegante, una riflessione che restava ai margini. Rivederlo ora, invece, è stato come sentirsi chiamare per nome: non del tempo che scade, ma di quello che rimandiamo, di quello che diamo per scontato, di quello che continuiamo a pensare infinito solo perché fa meno paura così.

L’ordine del tempo è un film che non ha fretta, e non fa nulla per nasconderlo.

Non c’è azione, non ci sono colpi di scena, non c’è il bisogno di tenere lo spettatore agganciato con l’urgenza. Tutto accade lentamente, come accade nella vita vera quando qualcosa di enorme sta per succedere e noi, ostinatamente umani, continuiamo a parlare, mangiare, ricordare. Un gruppo di amici si ritrova in una villa sul mare, una cena, dialoghi che sanno di abitudini e vecchie dinamiche, poi una notizia che arriva quasi in sordina: il mondo potrebbe finire a breve, per via di un’anomalia cosmica.

E da lì, sorprendentemente, niente panico. Solo persone che fanno ciò che sanno fare meglio e peggio insieme: fare i conti con se stesse.

Il tempo, qui, non è una misura, non è un conto alla rovescia, non è nemmeno una minaccia spettacolare. È un’emozione.

Il film prende ispirazione dal saggio di Carlo Rovelli, ma non ha alcun interesse a spiegare la fisica; ciò che gli interessa davvero è raccontare come il tempo ci attraversa, come ci scivola tra le dita mentre siamo convinti di averne ancora, come ritorna nei ricordi quando ormai è tardi, come pesa all’improvviso quando ci rendiamo conto di non aver detto tutto, di non aver fatto abbastanza, di aver rimandato troppo.

Ogni personaggio porta con sé una crepa, un amore irrisolto, un rimpianto, una parola mai detta, e il possibile “fine del mondo” diventa solo uno specchio lucidissimo davanti al quale non ci si può più nascondere: quanto abbiamo davvero vissuto? Quanto abbiamo scelto, e quanto abbiamo lasciato scorrere aspettando un momento migliore?

Rivederlo oggi fa più male, ed è giusto così.
Significa guardarlo con più consapevolezza, forse con più stanchezza, sicuramente con più verità. È un film che non consola, non rassicura, non offre risposte facili, ma ti lascia addosso una domanda ostinata, di quelle che non se ne vanno nemmeno dopo i titoli di coda: se il tempo finisse davvero, cosa resterebbe di noi?

Liliana Cavani firma un cinema essenziale, quasi teatrale, fatto di dialoghi centrali, atmosfere sospese, assenza totale di spettacolarizzazione. È un cinema che chiede silenzio, che chiede attenzione, che chiede tempo (paradossalmente proprio lui) e forse anche per questo non è per tutti. Ma per chi ama i film che non finiscono quando finiscono, per chi accetta di portarsi dietro un’inquietudine invece di una risposta, è un’esperienza necessaria.

Vale la pena rivederlo perché non parla della fine del mondo, ma della fine delle occasioni, di ciò che rimandiamo, di ciò che diamo per scontato, di ciò che crediamo eterno solo perché non vogliamo guardarlo davvero. E perché, a volte, rivedere un film significa rivedere noi stessi in un punto diverso della vita.

E questo, alla fine, è il vero ordine del tempo.

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