Non avrò il trucco perfetto: sentirsi bene senza standard di bellezza

Non avrò il trucco perfetto, ma ho smesso di chiedermi il permesso

Non avrò il trucco perfetto da make up artist, quello studiato al millimetro, con i prodotti giusti messi nell’ordine giusto, le luci giuste e la faccia giusta per reggerlo senza sembrare una comparsa stanca di un tutorial su YouTube, e non so scolpire zigomi che sembrano progettati in 3D da un team di ingegneri estetici con il pallino della simmetria.

Non uso 2500 prodotti dai nomi impronunciabili, non inizio la giornata con una skincare che dura più di un mutuo, non so distinguere una texture “burrosa” da una “setosa” e, soprattutto, non ho più voglia di sentirmi in difetto per questo.
Eppure sto bene.

Che detta così sembra poco, quasi banale, ma in realtà è una conquista enorme, perché per anni ci hanno insegnato che “bene” non basta, che bisogna fare di più, apparire di più, correggersi di più, come se il nostro volto fosse un problema da risolvere invece che una storia da raccontare.

Sentirsi bene con sé stesse, infatti, non è coprirsi, stratificarsi, levigarsi, cancellarsi le tracce addosso come se fossero errori di battitura, ma è guardarsi allo specchio senza partire immediatamente con l’elenco delle cose che non vanno, senza pensare a cosa sistemare prima, a cosa nascondere meglio, a cosa rendere accettabile.
È guardarsi e pensare, magari anche con un mezzo sorriso stanco:
“Ok. Questa sono io. E oggi va bene così.”

Il trucco, quando c’è, dovrebbe essere un gioco, un divertimento, una possibilità, non una prova di valore, non una performance quotidiana per dimostrare di essere curate, professionali, all’altezza di uno standard che cambia più velocemente delle stagioni. Dovrebbe essere una scelta, non un obbligo silenzioso che pesa più del fondotinta stesso.

E allora sì, ci sono giorni in cui ho voglia di mettermi il rossetto rosso e sentirmi potente anche solo per andare a fare la spesa, e altri in cui esco con un filo di mascara, gli occhiali grandi e il resto della faccia in modalità essere umano reale, senza scuse e senza giustificazioni.

Non è trascuratezza.
È libertà.

So bene che in un mondo pieno di beauty influencer, routine perfette e promesse di trasformazione immediata, questa posizione suona quasi sovversiva, e va bene così, perché se questo significa essere l’anticristo delle beauty influencer, allora accetto volentieri il ruolo, con tutto il trucco imperfetto che mi porto dietro.

Perché la vera glow up, quella che dura davvero, non è imparare a fare il contour perfetto, ma smettere di sentirsi sbagliate solo perché non brilliamo come una ring light, solo perché non siamo sempre lucide, levigate, performanti, pronte per l’inquadratura.

La vera glow up è arrivare a quel punto in cui smetti di inseguire una versione di te che non esiste e inizi finalmente a stare nella tua faccia, nel tuo corpo, nel tuo modo di essere, con meno giudizio e un po’ più di indulgenza.

E quando succede, succede davvero qualcosa di potente:
non ti sistemi di più,
ma ti difendi di meno.

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