
Il borgo del labirinto più grande d’Italia (ovvero: perdersi a Fontanellato come atto di autodifesa)
Ci sono momenti in cui non hai bisogno di risposte, né di nuovi obiettivi, né tantomeno di qualcuno che ti spieghi come “ritrovare te stessa” in cinque semplici passaggi, possibilmente corredati da una call to action; ci sono momenti in cui vorresti solo smettere di sapere dove stai andando, concederti il lusso rarissimo di perderti senza doverlo giustificare, e farlo in un luogo che non ti chieda niente in cambio se non il tempo necessario a camminare.
A Fontanellato, in provincia di Parma, qualcuno ha pensato che questo desiderio meritasse una forma concreta, non simbolica, non metaforica, ma reale, percorribile, faticosa persino. Così è nato il Labirinto della Masone, il più grande labirinto d’Italia e uno dei più grandi al mondo, costruito interamente in bambù, come se l’idea stessa della perdita dovesse essere morbida, verde, viva, eppure abbastanza intricata da metterti alla prova.
Qui non c’è nulla di addomesticato, nulla che assomigli a quei labirinti decorativi dove sai già che l’uscita è a due svolte di distanza; qui entri davvero, sbagli davvero, torni indietro davvero, e mentre lo fai inizi a sentire quel leggero fastidio che nasce ogni volta che perdi il controllo, seguito però (se resisti abbastanza) da una calma strana, quasi fisica, quella che arriva quando smetti di voler avere ragione sul percorso.
Il labirinto è stato voluto da Franco Maria Ricci, editore, esteta, visionario, uno di quelli che a un certo punto della vita decide che i sogni non vanno più raccontati ma costruiti, e lo ha fatto anche per Borges, perché i labirinti non sono mai solo giochi: sono mappe dell’esistenza, tentativi eleganti di dirci che non tutto si risolve andando dritti.
E intorno, quasi a fare da contrappunto, c’è Fontanellato, un borgo che non alza la voce, che non si mette in posa, che resta lì con la sua Rocca, la pianura emiliana che si allarga senza fretta, e quella dignità silenziosa dei luoghi che non hanno bisogno di stupire perché sanno di essere solidi. Il labirinto, in questo contesto, non è una stravaganza, ma una dichiarazione di intenti: qui puoi fermarti, qui puoi sbagliare strada, qui non devi dimostrare niente.
Camminando tra i corridoi di bambù succede qualcosa che non è immediato e non è spettacolare, ma proprio per questo è prezioso: smetti di cercare l’uscita come obiettivo e inizi ad abitare il percorso, a sentire il corpo che rallenta, i pensieri che si sfilacciano, quella voce interna che di solito pretende soluzioni e che invece, per una volta, tace. È una specie di terapia vegetale non richiesta, senza promesse di cambiamento, senza slogan motivazionali.
Quando finalmente arrivi al centro, non trovi un premio, né una rivelazione, ma una piazza, libri, arte, silenzio, come se il messaggio fosse chiaro fin dall’inizio: non sei entrata per arrivare prima, sei entrata per restare un po’. In un’epoca che ci vuole sempre orientate, produttive, pronte a spiegare dove stiamo andando, un luogo che legittima lo smarrimento è quasi un atto politico.
Per questo Fontanellato e il suo labirinto non sono una semplice gita, ma una scelta precisa, adatta a chi è stanca di ritrovarsi nei posti sbagliati, a chi ha capito che perdersi è una competenza sottovalutata, a chi sente che ogni tanto l’unica direzione sensata è smettere di cercarla. Non promettono illuminazioni, né risposte definitive, ma offrono qualcosa di molto più raro: tempo, silenzio e un’ora abbondante di smarrimento onesto. E, oggi, non è poco.
