Crescere con un genitore narcisista: l’abuso invisibile e le conseguenze da adulti

Sono cresciuta con una madre dal funzionamento narcisistico.
Non lo scrivo per accusare, né per cercare colpevoli tardivi.
Lo scrivo perché è vero, e perché la verità, anche quando è scomoda o dolorosa, resta l’unico punto onesto da cui partire.
Mia madre non mi ha mai vista davvero, non come persona autonoma, non come bambina in crescita con un proprio mondo interno, ma come qualcosa da usare, da modellare, da rendere funzionale ai suoi bisogni emotivi.
Mio padre, invece, si adattava a lei.
Lo faceva per quieto vivere, per non avere problemi, per evitare i “drammi”, per portare avanti una vita che sembrasse il più possibile normale.
Ha scelto di non scegliere, di non esporsi, di non intervenire.
E quel silenzio, che forse per lui era sopravvivenza, per me è diventato un’altra forma di abbandono.
Oggi entrambi non ci sono più da qualche anno, e questo non rende il racconto più semplice, come qualcuno potrebbe pensare, ma semmai più complesso e stratificato.
Perché, nonostante io sia pienamente cosciente della pesante eredità emotiva che mi hanno lasciato, nonostante abbia lavorato a lungo per riconoscere le dinamiche e chiamarle con il loro nome, un piccolo lumicino di senso di colpa per ciò che sto scrivendo ancora c’è.
È sottile, persistente, irrazionale.
È quella voce interna che sussurra che forse sto esagerando, che non dovrei parlare, che dovrei essere grata, che dovrei proteggere anche adesso chi non c’è più.
Quella voce non nasce oggi: è stata installata molto tempo fa, quando mettere in discussione significava rischiare di perdere l’amore.
Un genitore con funzionamento narcisistico può provocare danni enormi allo sviluppo emotivo di un figlio, danni che non fanno rumore, che non lasciano segni evidenti, che non attirano l’attenzione di chi guarda da fuori.
Eppure scavano lentamente, con costanza, in profondità.
È un genitore che non incontra il figlio per ciò che è, ma lo vive come una proiezione, uno strumento, un regolatore emotivo, un mezzo attraverso cui sentirsi importante, potente, vittima o superiore.
È un genitore che ama a condizioni, che premia quando il figlio è funzionale alla sua immagine e punisce, spesso in modo sottile, quando il figlio diventa autonomo, critico, libero.
E un bambino, per sopravvivere, interiorizza presto una lezione devastante:
valgo solo se compiaccio.
Così cresci con il terrore di deludere, con la paura di essere davvero te stessa, con l’idea che l’amore possa essere ritirato da un momento all’altro, senza preavviso.
Diventi iperadattata, iperresponsabile, iperattenta a ogni minimo segnale emotivo dell’altro.
Da fuori sembri una bambina “brava”, “matura”, “sensibile”, ma dentro vivi in uno stato di allerta costante che non si spegne mai del tutto.
A questo si aggiunge la colpevolizzazione, forse uno dei danni più profondi.
Ti viene insegnato che l’umore dell’altro dipende da te, che se qualcuno soffre è colpa tua, che sei sempre troppo o sempre insufficiente.
Nasce così una vergogna silenziosa, profonda, tossica, che cresce insieme a te e diventa una seconda pelle.
E poi c’è la manipolazione affettiva: il figlio messo in mezzo ai conflitti, usato come alleato, trasformato in confidente, spinto a capire, sostenere e reggere pesi emotivi che non dovrebbe mai portare.
Questo non è amore.
È abuso psicologico.
Il problema è che raramente viene chiamato così.
Viene minimizzato, normalizzato, giustificato, mentre il bambino continua a pagare il prezzo più alto.
E quel prezzo non finisce con l’infanzia.
Il vero danno è ciò che diventi dopo: scelte sbagliate, una vita emotivamente complessa e faticosa, relazioni disfunzionali, partner sbagliati, spesso incredibilmente simili a ciò che hai conosciuto da bambina.
Perché ciò che è familiare, anche quando fa male, viene scambiato per casa.
E voglio dirlo senza illusioni consolatorie: non si guarisce.
Ve lo assicuro.
Queste ferite non spariscono, non si cancellano, non si risolvono una volta per tutte.
Ma con un percorso terapeutico serio, profondo, continuativo, si possono limare i danni.
Si può imparare a riconoscere i meccanismi prima che agiscano al posto nostro, a fermarsi un attimo prima di ripetere, a scegliere un po’ meno contro sé stessi, a costruire confini, a smettere (lentamente) di sentirsi sempre colpevoli, anche quando si dice semplicemente la verità.
Quel lumicino di colpa forse resterà.
Non perché io stia sbagliando, ma perché fa parte dell’eredità.
Scrivere questo, nonostante tutto, è già un atto di disobbedienza emotiva.
E, in fondo, anche un atto di cura.

3 pensieri riguardo “Crescere con un genitore narcisista: l’abuso invisibile e le conseguenze da adulti

  1. Sono un professore, e sul posto di lavoro ho conosciuto ben 2 narcisisti. Il primo era un mio collega piuttosto vecchio, e lavorava da molto tempo nella mia scuola: essendo sia un anziano che un veterano del mio istituto, si sentiva in diritto di fare il comandante, rimproverando i colleghi quando non approvava i loro comportamenti e dandogli perfino degli ordini. Ma questi poteri spettavano solo al preside, non a lui: di conseguenza nessuno era disposto a subire ordini o rimproveri da parte sua, e anno dopo anno si è fatto odiare sempre di più praticamente da tutti. Alla fine ha deciso spontaneamente di ripartire da zero chiedendo il trasferimento in un’altra scuola, perché per un narcisista come lui essere circondato da persone che lo detestavano era una condanna peggiore della morte. Per tutti noi è stata una vera liberazione.
    Il secondo narcisista era di tipo diverso: provava gratificazione non nel dare ordini agli altri, ma nel far cadere le donne ai suoi piedi. Puntava apposta le colleghe che avevano in corso un fidanzamento solido o addirittura un matrimonio con figli, perché vedere che mollavano il loro fidanzato storico o addirittura la famiglia per lui gli faceva provare un orgoglio e un senso di onnipotenza smisurati.
    Cosa ne pensi dei 2 narcisisti in questione?

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