Il monumento agli immigrati italiani in Francia: storia, significato e memoria

Credit photo: Pagina Facebook C’era una volta l’Italia

Quel monumento che non sapevo esistesse (e che invece parla anche della nuova vita di mia figlia)

Ci sono giorni in cui i social servono davvero a qualcosa di diverso dal ricordarti che dovresti bere più acqua, respirare meglio, dormire otto ore e diventare improvvisamente una versione migliore di te stessa entro lunedì. Giorni in cui, mentre scorri reel con la concentrazione emotiva di chi sfoglia il catalogo dell’IKEA dell’anima, qualcosa ti ferma. Non perché è urlato, non perché è spettacolare, ma perché ti prende da un punto preciso, quello della memoria che credevi di conoscere già.

A me è successo così.
Con un reel dell’artista Roberta Cecchin.
E con una frase che, più o meno, diceva: esiste un monumento dedicato agli immigrati italiani in Francia.

Ora, fermiamoci un attimo.
Io non sapevo che questo monumento esistesse.
Non ne avevo mai sentito parlare.
E invece eccolo lì, a Nogent-sur-Marne, alle porte di Parigi, un monumento nazionale che porta un nome quasi fiabesco, “C’era una volta l’Italia”, come se stessimo parlando di una storia lontana, conclusa, quando in realtà quella storia continua a bussare da sotto la pelle.

Il monumento non ti aggredisce. Non ti sovrasta. Non urla.
Sta lì come stanno certe storie: composto, silenzioso, ma impossibile da ignorare se ti avvicini davvero.

Si presenta come un piccolo bosco artificiale, fatto non di tronchi e radici ma di acciaio, con quattro alberi stilizzati che si alzano verso il cielo. Non sono alberi qualunque: sono alberi della memoria, e al posto delle foglie hanno migliaia di foglie metalliche, sottili, leggere solo in apparenza. Su ciascuna è inciso un cognome italiano. Nomi veri. Famiglie vere. Partenze vere. Nessuna metafora astratta: solo identità che qualcuno ha deciso di non lasciare evaporare.

Camminandoci intorno hai la sensazione che quei nomi ti osservino, che ti chiedano di rallentare, di leggere, di fermarti almeno un secondo prima di passare oltre. È un monumento che funziona solo se accetti di non attraversarlo di fretta, come non lo sono state le vite che rappresenta.

Al centro della composizione si erge una colonna, solida, verticale, quasi a fare da perno a tutto il resto, e sopra campeggia l’Uomo Vitruviano di Leonardo da Vinci. Non un eroe, non una figura piegata dalla fatica, ma l’essere umano nella sua proporzione ideale, come a dire che chi è partito non ha perso dignità, equilibrio, valore. Anzi: li ha portati con sé, insieme alla lingua, all’accento, alla capacità ostinata di adattarsi senza scomparire.

Alla base ci sono tre gradini, volutamente semplici, che rappresentano la partenza, il viaggio e l’integrazione. Tre passaggi che sembrano lineari solo a posteriori, perché nella vita reale sono stati inciampi, attese, umiliazioni, lavori duri, adattamenti forzati e conquiste silenziose. Salirli non è un gesto solenne: è quasi naturale. Ed è proprio questo il punto.
I materiali (acciaio, marmo, elementi francesi e italiani mescolati) raccontano un incontro più che una fusione perfetta. Non c’è l’idea di cancellare un’origine per sostituirla con un’altra, ma quella di coesistere, di stratificarsi, come fanno le identità vere.

La cosa che mi ha colpita di più, però, non è stata solo la potenza visiva del monumento, ma il pensiero che abbiamo avuto bisogno di andare in Francia per sentirci dire ufficialmente che questa storia contava. Che l’emigrazione italiana non è stata solo folklore, pizza e stereotipi, ma sudore, discriminazione, integrazione lenta e ostinata. Che gli italiani sono stati “gli altri”, quelli con i cognomi storpiati, quelli bravi a lavorare ma non sempre benvenuti.

E io questo monumento l’ho scoperto per caso, grazie a un reel.

Un reel, fatto da un’artista che tratta la memoria come qualcosa di vivo, non impolverato, non relegato a una targa che nessuno legge.

Forse è giusto così.
Forse le storie degli emigranti italiani continuano a viaggiare come hanno sempre fatto: passando di mano in mano, di voce in voce, di schermo in schermo, senza chiedere permesso.

E forse quel monumento non serve solo a ricordare chi è partito, ma anche a ricordare a noi, che spesso diamo la memoria per scontata, che non sapere non è una colpa, ma continuare a non voler sapere sì.

Io oggi lo so.
E mi sembra già un buon inizio.

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