Docuserie su Fabrizio Corona su Netflix: perché, nonostante tutto, a me piace

Ho visto la nuova docuserie su Fabrizio Corona su Netflix e, nonostante tutto ciò che si può legittimamente imputargli sul piano morale, la conclusione a cui arrivo è semplice e per certi versi impopolare: a me Corona piace. Non perché lo consideri giusto, né perché senta il bisogno di assolvere la sua condotta o di rileggerla in chiave romantica, ma perché, dentro un sistema mediatico che vive di riposizionamenti continui, di pentimenti calibrati e di responsabilità riformulate in modo accettabile, lui resta uno dei pochissimi a non fingere di essere diverso da ciò che è stato.

La docuserie è chiaramente di Corona, non su Corona, ed è proprio questa consapevolezza a renderla interessante. È un’autonarrazione controllata, lucida, costruita con precisione, ma non orientata alla redenzione né alla ripulitura morale. Non c’è il solito arco narrativo che accompagna lo spettatore dalla colpa alla catarsi, non c’è il linguaggio rassicurante del pentimento, non c’è la trasformazione del contesto in attenuante. Corona non dice di essere stato travolto dagli eventi, non dice di non aver capito, non dice di aver agito per un fine più alto. Dice, implicitamente ma senza ambiguità, di aver voluto potere, soldi, attenzione, e di aver saputo esattamente come ottenerli.

Ed è in questa ammissione, mai addolcita e mai mascherata, che emerge una forma di onestà che disturba più della colpa stessa. Perché non assolve, non giustifica, non chiede empatia, ma espone. Anche quando entrano in scena il carcere, la sofferenza, la fragilità, questi elementi non vengono usati come scorciatoie emotive, come crediti morali da spendere per riequilibrare il giudizio, ma restano lì, integrati nel racconto, senza trasformarsi in alibi o in richieste di indulgenza.

Il punto è che Corona non concede allo spettatore una posizione comoda. Non offre una morale finale con cui uscire puliti, non indica un colpevole unico su cui scaricare tutto, non separa se stesso dal sistema che lo ha prodotto. Rimane dentro la propria storia fino in fondo, accettando di risultare sgradevole, e così facendo costringe chi guarda a confrontarsi con un dato più ampio e più fastidioso: che quel sistema esiste perché è stato guardato, consumato, premiato, prima di essere rinnegato.

A me Corona piace proprio per questo, perché non si smarca, non si autoassolve, non si racconta come eccezione o come errore isolato, ma come parte integrante di un meccanismo che molti hanno attraversato traendone vantaggio e dal quale poi sono usciti puliti grazie alle parole giuste. In un panorama in cui quasi tutti cercano di apparire migliori di ciò che sono stati, la sua scelta di restare fedele alla propria versione, anche quando lo rende moralmente discutibile, suona come una forma di coerenza rara e per questo profondamente disturbante.

Non è una questione di giustizia o di assoluzione. È una questione di lucidità. E forse è proprio questa lucidità, più di qualsiasi scandalo, a rendere Fabrizio Corona ancora così difficile da digerire.

2 pensieri riguardo “Docuserie su Fabrizio Corona su Netflix: perché, nonostante tutto, a me piace

  1. In realtà Corona ha provato a giustificarsi, dicendo che si è infilato nel mondo di Berlusconi (legandosi al suo fedelissimo Lele Mora) per distruggerlo dall’interno, perché questo gli avrebbe permesso di vendicare ciò che Silvio aveva fatto a suo padre. In realtà Corona non ha distrutto proprio nulla: in quel mondo ci ha sguazzato per anni, e quell’epoca è finita perché la magistratura ha scoperto cosa faceva Lele Mora per Berlusconi, senza che Corona abbia collaborato o voluto collaborare in alcun modo alla caduta dell’uno o dell’altro.
    Nell’ultima puntata si parla dell’arcinemica di Corona, Selvaggia Lucarelli: cosa ne pensi di lei?

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    1. Io invece credo che Corona, nel bene e nel male, abbia sempre detto le cose in faccia e pagato personalmente ogni scelta, senza mai nascondersi. Non si può dire che abbia “distrutto” quel sistema: era già marcio e ha semplicemente mostrato quello che c’era. Quanto alla Lucarelli, la trovo coerente solo nel colpire sempre bersagli facili, con un moralismo a senso unico e zero autocritica. Più che analisi, spesso sembra astio personale travestito da giudizio etico.

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