La notte che non passerà: docuserie Netflix che riflette sulle tragedie di Crans-Montana

La notte che non passerà: quando una serie ti guarda negli occhi (dopo Crans-Montana)

Ci sono storie che guardi distrattamente, magari mentre scorri il telefono, e poi ci sono storie che invece ti si siedono accanto, ti chiedono attenzione, ti tolgono ogni via di fuga e restano lì, anche quando lo schermo si spegne. La notte che non passerà appartiene senza dubbio a questa seconda categoria: non è una docuserie che “si consuma”, è una di quelle che ti rimangono addosso.

L’ho vista dopo la tragedia di Crans-Montana, e già questo ha cambiato tutto. Non era più solo una storia lontana, ambientata in un altro Paese, con altri nomi e un’altra lingua, ma qualcosa che parlava direttamente al presente, a quello che avevo appena letto nei giornali, a quel senso di gelo che ti prende quando capisci che una notte di festa può trasformarsi in una linea di confine irreversibile.

La serie racconta l’incendio della discoteca Kiss, in Brasile, nel 2013: una festa universitaria, la musica, l’euforia, e poi il fuoco, il fumo tossico, il panico, le uscite insufficienti, le porte chiuse. Duecentoquarantadue morti. Ragazzi giovanissimi. Famiglie che fino a poche ore prima stavano semplicemente aspettando che i figli rientrassero a casa.

Eppure La notte che non passerà non si ferma alla cronaca. Non è interessata al sensazionalismo, non indulge nella spettacolarizzazione della tragedia, non cerca di scioccare. Fa qualcosa di molto più difficile e molto più onesto: racconta il dopo, quel tempo sospeso in cui per chi resta nulla torna davvero come prima e ogni giorno sembra ricominciare dalla stessa, identica, notte.

Guardandola, soprattutto dopo Crans-Montana, diventa impossibile non pensare che questa non sia una storia “altra”, lontana, eccezionale. Cambiano le città, cambiano le leggi, cambiano le lingue, ma le dinamiche sono sempre terribilmente simili: la sicurezza sottovalutata, le norme ignorate, il solito “tanto non succede niente”, fino al momento in cui succede davvero e il prezzo lo pagano sempre le stesse persone, quelle che non avevano alcuna colpa.

La forza della serie sta tutta nello sguardo che sceglie di adottare. Non segue il fuoco, segue i volti. Non insiste sull’orrore, ma sul dolore che viene dopo, quello più silenzioso e più lungo. Le madri che aspettano notizie, i padri che imparano a riconoscere un figlio da un dettaglio, i sopravvissuti che si portano addosso una domanda che non avrà mai risposta: “perché io sì e loro no”.

Vederla dopo una tragedia recente fa ancora più male, ma forse è proprio per questo che diventa necessaria. Perché mette in ordine pensieri che restano confusi, perché dà un nome a quella sensazione scomoda che abbiamo quando capiamo che certe morti non sono fatalità, ma conseguenze, e che basterebbe davvero poco (una porta aperta, una regola rispettata, una scelta diversa) per evitare che tutto precipiti.

La notte che non passerà non consola e non promette redenzione. Non chiude con un messaggio rassicurante, non offre un lieto fine da archiviare facilmente. Fa una cosa molto più scomoda: ti chiede di ricordare, di non voltarti dall’altra parte, di non liquidare queste storie come “cose che capitano agli altri”.

Perché no, non capitano agli altri. Capitano a chi era uscito per ballare, a chi aveva vent’anni, a chi pensava di tornare a casa dopo una serata qualunque. E alcune notti, anche se proviamo a dimenticarle in fretta, non passano davvero mai.

Un pensiero riguardo “La notte che non passerà: docuserie Netflix che riflette sulle tragedie di Crans-Montana

  1. Risparmiano sulla sicurezza non soltanto i gestori dei locali pubblici, ma anche i proprietari delle fabbriche. Perché un rigoroso rispetto delle regole di sicurezza rallenterebbe i tempi di produzione, quindi ridurrebbe la quantità di merce prodotta, quindi farebbe calare il profitto. Un ragionamento logico ma allo stesso tempo miope, perché se lo metti in pratica presto o tardi il morto ci scappa, e a quel punto la perdita economica supera di gran lunga quella che l’imprenditore avrebbe dovuto affrontare se avesse seguito tutte le regole (per non parlare poi dell’aspetto umano e giudiziario).
    Se i proprietari delle fabbriche e i gestori dei locali pubblici si comportano in questo modo è perché sanno che nessuno li controlla. Vale non solo per la Svizzera (le cui omissioni nel controllare Le Constellation sono già emerse con la massima chiarezza), ma anche per il nostro paese. Magari l’Italia scatena una fiumana di controlli sull’onda di una tragedia che ha scosso il paese (come è successo la scorsa Estate con i baracchini di street food), ma si tratta di iniziative brevi e sporadiche, non di una consuetudine. Non so se dipenda dal fatto che non ci sono abbastanza poliziotti, oppure dalla consapevolezza che in Italia i furbetti sono così tanti che anche a controllare a tutto spiano è come svuotare il mare con un secchiello. So solo che non dobbiamo rassegnarci a questo stato di cose, come non dobbiamo rassegnarci ad altri problemi storici del nostro paese (le mafie, l’arretratezza del Meridione, la droga eccetera).

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