
Nelle ultime ore stanno girando le immagini de Le Constellation, immagini che fanno male due volte, perché non mostrano solo la fine, non mostrano solo il fuoco che divora tutto, ma mostrano soprattutto l’inizio, quel momento maledetto in cui tutto sembra ancora sotto controllo, in cui l’incendio pare gestibile, in cui il cervello si convince che non sta succedendo niente di davvero grave, mentre invece la tragedia è già partita e nessuno se ne rende conto.
Le abbiamo viste tutti quelle immagini: c’è chi guarda, c’è chi riprende, c’è chi ride persino.
E come sempre, puntuali come un orologio rotto ma rumoroso, arrivano i commenti da tastiera:
“Ma perché non scappa?”
“Ma perché sta lì a filmare?”
Commenti inutili come un frigorifero al Polo Nord, perché la verità è molto più complessa, molto più scomoda e soprattutto psicologicamente diversa da come ce la raccontiamo.
Quando un incendio esplode all’improvviso il cervello non entra automaticamente in modalità “manuale di sopravvivenza”, anzi, spesso fa esattamente il contrario: si blocca, si anestetizza, si racconta che non è niente, che si risolve, che qualcuno interverrà prima che diventi serio, e intanto il tempo passa e il pericolo cresce.
Riprendere non è sempre esibizionismo, non è sempre voglia di visibilità o di like.
Molto spesso è paralisi che si traveste da azione, è un modo disperato per non sentire la paura, per dirsi “sto facendo qualcosa”, mentre in realtà non si sta facendo l’unica cosa che potrebbe salvarti la pelle, cioè andartene.
Il telefono ha questo potere perverso: trasforma il pericolo in contenuto, la paura in distanza, la realtà in qualcosa che assomiglia a un film, e se sembra un film allora il cervello lo tratta come tale, come qualcosa che non è davvero qui, davvero ora, davvero mortale.
E se nessuno corre, se nessuno urla, se nessuno rompe quella bolla di normalità, allora il cervello si convince che non c’è nessun rischio reale.
Le tragedie più incredibili nascono proprio così, dall’assenza di percezione del pericolo, non dall’incoscienza pura, ma da un errore profondo nel modo in cui interpretiamo quello che sta succedendo davanti ai nostri occhi.
Io sono una di quelle persone “al contrario”.
Una di quelle a cui hanno dato dell’esagerata per tutta la vita, non da oggi che ho 54 anni, ma praticamente dalla nascita.
Sono quella che pensa subito al disastro, quella che vede il problema prima che diventi evidente, quella che viene liquidata con un “esageri sempre”, un “sei troppo catastrofica”, un “non succede niente”, come se immaginare il peggio fosse una colpa e non, a volte, una forma di attenzione.
Eppure c’è una cosa che nessuno dice mai: essere iper-vigili prima non ti rende automaticamente lucida quando il disastro arriva davvero.
Perché io, che il disastro lo immagino in anticipo, quando il disastro accade per davvero mi paralizzo, mi blocco, la testa si svuota, l’istinto non scatta, e tutto quello che pensavo di sapere su come avrei reagito semplicemente sparisce.
Ed è questo che la gente non capisce, perché continuiamo a raccontarci la favola che esistano persone che reagiscono bene e persone che reagiscono male, come se fosse una questione di carattere, come se esistesse una formula magica, un “se sei così allora farai cosà”.
Non è così. Non funziona così.
Viviamo in un’epoca in cui documentare, testimoniare, registrare è diventato più importante che salvarsi, ma gli incendi non aspettano, e quei secondi persi mentre filmi, mentre osservi, mentre cerchi di capire, hanno un nome preciso: errori cognitivi.
Non basta dire “dovevate scappare invece di filmare”, perché non è un’analisi, è solo una condanna facile detta da chi guarda da fuori e da lontano.
Se davvero vogliamo evitare che succeda di nuovo, dobbiamo insegnare ai ragazzi, ai nostri figli, ai nostri nipoti a riconoscere il pericolo, a fidarsi dell’allarme interno anche quando tutto sembra ancora normale.
Il problema non è il telefono.
Il problema siamo noi.
Quindi basta giudicare chi era lì sotto, in un cazzo di seminterrato in legno, con bottiglie che fumanti (che io vieterei per legge, ma questa è un’altra storia), mentre il cervello cercava disperatamente di convincersi che sarebbe andato tutto bene. Basta.
Le responsabilità non stanno nei ragazzi.
Stanno nei piani alti.
E finiscono lì.
E poi leggo anche commenti tipo:
“Perché noi in Italia rispettiamo le regole, altro che la Svizzera”
E mi sale quella risata nervosa che arriva sempre un attimo prima del bestemmione interiore, perché davvero, davvero vogliamo usare una tragedia per raccontarci l’ennesima favola autoassolutoria, quella in cui noi siamo i bravi, i civili, quelli che rispettano le regole?
Le tragedie non sono patriottiche.
E soprattutto non assolvono nessuno.
Fate schifo.
Fate schifo quando usate una tragedia per fare a gara a chi è più bravo, più civile, più “noi sì e loro no”.
Fate schifo quando pontificate col culo al caldo.
Fate schifo quando la sicurezza diventa solo un pretesto per sentirvi migliori degli altri.
Le vittime meritano silenzio e rispetto, non il vostro ego travestito da indignazione.
Fine.

In realtà anche l’Italia ha un problema analogo. In Svizzera come da noi risparmiano sulla sicurezza non soltanto i gestori dei locali pubblici, ma anche i proprietari delle fabbriche. Perché un rigoroso rispetto delle regole di sicurezza rallenterebbe i tempi di produzione, quindi ridurrebbe la quantità di merce prodotta, quindi farebbe calare il profitto. Un ragionamento logico ma allo stesso tempo miope, perché se lo metti in pratica presto o tardi il morto ci scappa, e a quel punto la perdita economica supera di gran lunga quella che l’imprenditore avrebbe dovuto affrontare se avesse seguito tutte le regole (per non parlare poi dell’aspetto umano e giudiziario).
Un altro problema che condividiamo con la Svizzera è quello degli scarsi controlli. Magari chi ci governa scatena una fiumana di controlli sull’onda di una tragedia che ha scosso il paese (come è successo la scorsa Estate con i baracchini di street food), ma si tratta di iniziative brevi e sporadiche, non di una consuetudine. Non so se dipenda dal fatto che non ci sono abbastanza poliziotti, oppure dalla consapevolezza che in Italia i furbetti sono così tanti che anche a controllare a tutto spiano è come svuotare il mare con un secchiello. So solo che non dobbiamo rassegnarci a questo stato di cose, come non dobbiamo rassegnarci ad altri problemi storici del nostro paese (le mafie, l’arretratezza del Meridione, la droga eccetera).
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