Non è fortuna: perché il successo dei giovani non va mai sminuito

Quando chiamate “fortuna” il lavoro degli altri (e perché dovreste smetterla subito)

C’è una frase che negli anni ho imparato a riconoscere a distanza: quella che inizia con un «Eh ma è stata fortunata…».
Di solito arriva gonfia di invidia pastrugnata e travestita da complimento, come se bastasse infilarci un tono gentile per renderla meno tossica.

L’altro giorno l’hanno detta a me. O meglio, a mia figlia.
«Tua figlia è stata fortunatissima!»
E io, dentro di me: “Sì, certo. Fortunatissima. Come no.”

Perché la parola “fortuna” messa così è un coltello. Sembra una carezza, ma in realtà serve solo a sminuire il percorso di chi ce l’ha fatta impegnandosi davvero.
E allora, siccome certe cose è bene dirle una volta per tutte, mettiamole nero su bianco.


La versione di chi parla senza sapere

Quando qualcuno dice “È stata fortunata”, quello che in realtà sta dicendo è:
“Vorrei aver ottenuto lo stesso risultato, ma non ho voglia di ammettere che richiede fatica, impegno e disciplina.”

La fortuna diventa così una scorciatoia linguistica per giustificare la propria immobilità.
Perché è sempre più facile credere che gli altri siano “capitati nel posto giusto al momento giusto”, piuttosto che guardarsi allo specchio e chiedersi:
“Io, al posto suo, sarei stato disposto a fare tutto quello che ha fatto lei?”


Quello che non vedono

La verità è che mia figlia la fortuna non sa nemmeno cosa sia.
Non la riconoscerebbe nemmeno se le cadesse addosso con un cartello luminoso.

Quello che ha sempre conosciuto, invece, è questo:

Studiare lingue quando era più facile uscire con gli amici.

Puntare a un doppio diploma, italiano e francese, senza mai cercare scorciatoie.

Avere 16 anni e iniziare già a lavorare, con la scuola ancora da fare.

Fare il colloquio per Disneyland Paris mentre era immersa nelle verifiche.

Dare la maturità a luglio e a settembre partire da sola, con la valigia più grande di lei e una forza che molti adulti non hanno.

Svegliarsi alle 4 del mattino per andare a lavorare, mentre altri si svegliano alle 10 per lamentarsi del lunedì.


Non c’è niente di “fortunato” in tutto questo.
C’è dedizione. C’è coraggio. C’è voglia di farcela.


Il vero problema: la parola “fortuna” usata come scudo

La verità è semplice: chiamare “fortuna” il sudore degli altri serve solo a proteggere l’ego di chi parla.
È una forma di autoassoluzione:
“Se lei ce l’ha fatta, sicuramente è stata fortuna. Altrimenti, dovrei ammettere che si può fare… e allora perché io non ci riesco?”

È scomodo pensarlo.
Molto più comodo sminuire.

Ma la verità, quella vera, è che il successo fa specchio.
E non a tutti piace ciò che riflette.


Cos’è la fortuna davvero (secondo me)

Per me la fortuna è quando ti cade dal cielo qualcosa che non hai mosso un dito per ottenere.
Una lotteria.
Una coincidenza.
Un incontro casuale.

Tutto il resto, tutto quello che richiede anni di costanza, rinunce, coraggio, notti insonni, scelte difficili, non è fortuna.
È merito.
È strada fatta a piedi, non in ascensore.
È lavoro invisibile, che nessuno vede, ma che fa la differenza.


Perché dovremmo smettere di dire “fortunato” così a caso

Perché non è un complimento.
È un modo elegante per dire:
“Non voglio vedere la fatica dietro al tuo risultato.”

E soprattutto è un messaggio devastante per i ragazzi:
toglie valore ai loro sforzi, li fa passare per privilegiati quando in realtà si sono conquistati tutto.

Mia figlia non è stata fortunata.
Si è fatta un mazzo tanto.
Sul serio.
Con determinazione, disciplina e una fame di vita che molti adulti hanno perso per strada.


Finché continueremo a confondere la fortuna con il merito, continueremo anche a sminuire chi si impegna davvero.
E a giustificare chi non lo fa.

La fortuna è un caso.
Il percorso di mia figlia, invece, è tutto tranne che casuale.

E lo dico con orgoglio, non per vantarmi, ma per ricordare a chi ha bisogno di sentirlo che sì: impegnarsi serve.
E sì: quando ci credi davvero, puoi andare lontano.

Non grazie alla fortuna.
Ma grazie a te.

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