Figli di famiglie “perbene”: mito, cronaca e verità nascosta

Figli di famiglie “perbene”: la grande illusione dei giornali

Ogni tanto leggo articoli che cominciano così: “I figli di famiglie perbene…” e subito dopo parte l’elenco dei genitori: avvocati, commercialisti, dirigenti, medici… ogni volta, lo confesso, mi viene l’orticaria.

Perché qualcuno, da qualche parte, ha deciso che “perbene” significa ricco, titolato, inserito nella società. Ma chi ha stabilito che una famiglia di operai non possa essere “perbene”? Non hanno dignità? Non hanno valori? Non hanno storie di sacrifici che valgono più di un ufficio in centro città?

E poi ci sono i giornalisti. Ah, i giornalisti! Quando un giovane commette un crimine e il cronista di turno non riesce a capire come sia potuto succedere, eccola lì la frase sacra: “Non si spiega, sono figli di famiglie perbene”. Come se il titolo dei genitori fosse un’assicurazione contro la cattiva condotta. Come se la decenza fosse un’eredità genetica. Come se la moralità si misurasse in conto in banca o in curriculum.

Ma la realtà è che sbagliare, cadere, o addirittura infrangere la legge è umano, e può succedere a chiunque. Ai figli dei poveri, ai figli dei ricchi, ai figli di medici o di muratori: le fragilità non guardano il censo. Eppure, la narrazione pubblica tende sempre a trasformare i figli dei ricchi in misteri incomprensibili: se fanno un errore, diventa uno scandalo inspiegabile; se fanno bene, è ovvio. Ai figli delle famiglie “non perbene”, invece, tutto viene previsto e previsto male: se sbagliano, è la conferma della loro presunta inferiorità; se fanno bene, è un miracolo degno di menzione.

Chiariamo: il termine perbene è diventato un codice sociale che significa “abbiamo soldi, contatti e potere”, e non riflette nulla di etico o morale. La vera perbenità sta nella dignità, nel rispetto degli altri, nel sacrificio quotidiano, nella capacità di affrontare la vita senza privilegi. E questa ricchezza, stranamente, i giornali non la raccontano mai.

Quindi, la prossima volta che sentite “figli di famiglie perbene”, fate un respiro profondo e chiedetevi: chi ha deciso le regole del gioco? Forse scoprirete che i veri perbene sono proprio quei ragazzi che crescono senza lussi, che lavorano duro, che conoscono il valore delle cose, e che, quando sbagliano, lo fanno senza protezioni e senza articoli di giornale a giustificarli.

In un mondo ideale, i figli di tutte le famiglie, siano esse di medici o di muratori, avrebbero la stessa dignità e lo stesso diritto di essere definiti “perbene”. Forse allora ci accorgeremmo che la decenza non si eredita, si pratica ogni giorno.

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