Mia figlia lavora a Disneyland Paris: reazioni, pregiudizi e realtà di un lavoro internazionale a 19 anni

Quando viene fuori che mia figlia lavora a Disneyland Paris, si apre un teatrino di reazioni degno del parco stesso.

E io ormai le riconosco tutte, come le categorie dei visitatori ai cancelli d’ingresso.

C’è lo schifato.

Quello che quando mia figlia risponde che lavora nella ristorazione inizia a guardarla come se avesse appena confessato di lavare i piatti in un retrobottega di periferia.

Lo vedi proprio: la bocca che si piega verso il basso, lo sguardo di commiserazione, il classico “Ah… beh… dai… tutti dobbiamo iniziare da qualche parte.”

E tu lì a pensare: “Amico mio, ti sfugge qualcosa. Tipo un intero mondo.”

Poi c’è quello convinto che lavorare in un parco a tema non sia un ‘vero’ lavoro.

Che tanto, cosa vuoi che sia? Giochi, giostre e due mascotte che ballano.

Come se dietro non ci fossero organizzazione, logistica, sicurezza, accoglienza, ristorazione, manutenzione, team internazionali, formazione continua.

Ma sì, certo. Tutto si muove da solo. È magia. Disney, giustamente.

Segue quello che ‘ci può lavorare chiunque’.

Basta respirare, no?

Peccato che per entrarci servano selezioni, colloqui, livello di lingue, adattabilità, capacità di lavorare con persone da mezzo mondo, resistenza allo stress e… sì, un minimo di cervello.

Che sorpresa.

E poi c’è il filosofo del lavoro temporaneo.

Quello che ti guarda con la saggezza di chi “sa come gira il mondo” e ti dice:

“Sì, ma queste cose durano poco. È un lavoretto. Poi torna a casa e si sistema.”

Si sistema cosa, scusa?

Perché qui mi sfugge qualcosa: a 19 anni, mentre tanti non sanno nemmeno cosa vogliono fare, lei ha già firmato un CDI, il contratto a tempo indeterminato francese, in una multinazionale americana centenaria, con migliaia di dipendenti, possibilità concrete di crescita, formazione continua e una carriera che può costruirsi davvero.

Scusatemi, ma non è “un lavoretto”.

È una scelta.

È un percorso.

E soprattutto è un’opportunità che in Italia, a quell’età, spesso manco ti fanno intravedere con il binocolo.

Perché diciamolo: lavorare per una realtà internazionale, con prospettive e stabilità, a 19 anni… non è proprio da tutti i giorni.

E non succede perché “sei fortunata”.

Succede perché ti impegni, studi le lingue, ti metti in gioco, ti trasferisci all’estero e fai un lavoro che tanti non avrebbero né il coraggio né la voglia di fare.

Disneyland sarà anche il luogo delle fiabe.

Ma la realtà, in questo caso, è ancora meglio.

E soprattutto molto più seria di quanto certi sguardi indignati possano immaginare.

Perché alla fine, lo sappiamo: il problema non è dove lavori.

È che certi non sopportano di vedere una diciannovenne che, invece di piangersi addosso o aspettare il “posto fisso” sotto casa, prende e vola all’estero, firma un CDI e lavora per una multinazionale che esiste da più di un secolo.

Fa paura, sì.

Perché mette davanti allo specchio tutti quelli che hanno passato una vita a dire “Eh ma oggi non c’è lavoro” mentre il massimo rischio che hanno corso è cambiare marca di caffè.

Mia figlia no.

Lei lavora, cresce, impara, parla tre lingue, si mantiene da sola e fa carriera in un mondo competitivo, internazionale e pieno di possibilità.

E se questo dà fastidio… beh, non è un nostro problema.

È solo la prova che, quando la realtà supera la favola, c’è sempre qualcuno che rimane senza magia.

Ma non certo lei.

2 pensieri riguardo “Mia figlia lavora a Disneyland Paris: reazioni, pregiudizi e realtà di un lavoro internazionale a 19 anni

  1. Negli anni 50 Ottiero Ottieri era il responsabile della selezione del personale per una ditta che produceva computer (la Olivetti). Nel 1959 scrisse un libro in cui raccontava degli aneddoti del suo lavoro (Donnarumma all’assalto), e da quel libro emerse che la sua azienda faceva sostenere ben SEI prove ai candidati: un testi psicoattitudinale, 3 prove pratiche, un colloquio con Ottiero Ottieri e un secondo colloquio con Olivetti in persona. Solo chi le superava tutte e 6 veniva assunto. Il motivo per cui rendevano la vita così difficile ai candidati stava nel fatto che già allora la Olivetti era una grande azienda, e come tutte le grandi aziende non poteva licenziare: di conseguenza, prima di assumere qualcuno voleva essere assolutamente certa di mettersi in casa un elemento valido a 360 gradi.
    La Disney è nella stessa situazione, quindi non mi stupisce affatto che anch’essa faccia il pelo e contropelo a tutti coloro che aspirano a lavorare per lei. E devi essere molto orgogliosa di tua figlia per essere riuscita a superare tutte le prove che hai elencato. Dille di tenersi stretto il lavoro che ha e di non lasciarlo per nessun motivo, perché un indeterminato con un’azienda così solida non lo ritrova neanche se lo cerca per vent’anni.

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