
Io sempre più basita da sti quattro ciarfellari che diventano virali sui social solo perché parlano in dialetto… e pure male. Video pieni di urla, gesti, risate sguaiate e frasi che non significano niente.
Eppure fanno milioni di visualizzazioni.
Perché ormai l’ignoranza non è più un difetto: è diventata uno stile di vita, una strategia di marketing, un’estetica del nulla.
Viviamo in un’epoca in cui non serve saper dire qualcosa, basta saperlo dire male ma con convinzione.
L’importante è essere “veri”, o almeno sembrare tali. Perché oggi la “genuinità” vale più della competenza, l’improvvisazione più della conoscenza, e la caciara più della sostanza.
Essere ignoranti va di moda: è sinonimo di autenticità, di “essere del popolo”.
E se provi a parlare in modo chiaro o a usare un linguaggio articolato, sei subito etichettato come “spocchioso”, “professore”, “snob”.
Il problema è che questa ignoranza ostentata è diventata un modello.
Un’ignoranza che si vende bene, che fa engagement, che genera meme, like e viralità.
E a renderla ancora più pericolosa sono proprio i brand, che ormai non badano più ai contenuti ma solo ai numeri.
Non importa cosa dici, ma quanti ti ascoltano.
Puoi anche non avere nulla da dire, se hai un milione di follower, diventi automaticamente “voce del popolo”.
E così le aziende corrono a sponsorizzare il nulla: più sei sopra le righe, più sei monetizzabile.
Il contenuto è irrilevante, l’immagine è tutto.
È la fiera del vuoto: influencer che confondono l’ironia con la maleducazione, la spontaneità con la sciatteria, e brand che applaudono perché “fa engagement”.
Ma comunicare non è questo.
Comunicare non significa far ridere la gente per dieci secondi, ma riuscire a lasciare qualcosa dopo.
E questo, mi spiace, non si misura in visualizzazioni.
L’ignoranza come stile di vita è diventata comoda, rassicurante, quasi aspirazionale.
Perché non ti costringe a metterti in discussione, non ti fa sentire inadeguato.
Ti convince che va bene così, che “tanto studiare non serve”, che la cultura è roba vecchia.
E mentre ci ridiamo sopra, cresce una generazione convinta che il successo si costruisca a colpi di like e non di idee.
Io, invece, resto basita.
Perché se la comunicazione diventa un rumore di fondo e l’ignoranza un marchio da vendere, allora non stiamo più solo perdendo contenuti: stiamo perdendo criterio.

Altro post da applausi. Aggiungo che Internet ha portato alle estreme conseguenze la tendenza delle persone comuni a cercare la notorietà pubblicando dei contenuti volutamente trash, ma il fenomeno è partito dalla tv: infatti anche i reality e i talk show di Canale 5 venivano infarciti di persone volutamente improponibili, e chi li metteva lì li sceglieva proprio perché sapeva che avrebbero detto o fatto qualcosa di ridicolo o di scandaloso. Questa loro sparata avrebbe generato un fiume di meme (se era ridicola) o di post indignati (se era scandalosa), la gente a forza di vedere che i social parlavano solo di quello si sarebbe messa a seguire il programma e gli ascolti si sarebbero impennati. Indimenticabile ad esempio quella volta che una concorrente del Grande Fratello (Elenoire Ferruzzi) era attratta da un altro concorrente (Antonino Spinalbese), e disse che gli avrebbe leccato volentieri “palle, sottopalle e culo”. E coloro che erano lì presenti a sentire quest’oscenità non ebbero una reazione scandalizzata, anzi si misero a ridere. Se non ci credi, puoi vedere il video a questo link: https://www.instagram.com/reel/CjxaH0ggsgN/
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