
Ci sono mostre che si visitano, e poi ci sono quelle che si vivono, come un sogno ad occhi aperti. E Chagall, si sa, era un maestro dei sogni. A Ferrara, città sospesa tra medioevo e rinascimento, con i suoi mattoni che sanno di storia e silenzio, i suoi colori sembrano trovare finalmente casa.
Passeggiando tra le vie del centro, con le biciclette che sfrecciano leggere e l’odore di cappellacci che ti rincorre, si arriva al Palazzo dei Diamanti, dove la nuova mostra di Marc Chagall trasforma ogni stanza in una fiaba fatta di amore, musica e malinconia. Quelle sue figure sospese (gli amanti che volano, le capre blu, i cieli che non conoscono gravità) qui sembrano danzare con le luci di Ferrara, come se la città stessa si fosse innamorata della sua tavolozza.
La mostra è stata ideata due anni fa ed è stata inaugurata proprio nei giorni in cui si è dichiarata la Pace a Gaza. Il percorso termina con l’opera del 1949, La Pace: una coincidenza che sembra un segno, un cerchio che si chiude.
L’intero allestimento è accompagnato da musiche inedite, create appositamente per questa mostra: suoni che non fanno solo da sottofondo, ma che ti entrano dentro, amplificando ogni colore.
Chagall non si guarda soltanto: bisogna sentirlo. Esistono dimensioni che l’occhio non mostra, e lui le dipinge tutte. È un viaggio multisensoriale, dove la vista non basta e l’emozione fa da guida.
Il suo è un tempo del divenire interiore: le sue opere non raccontano il mondo, ma la sua memoria affettiva, quella che trasforma la nostalgia in poesia.
Nelle sale immersive ci ritroviamo un po’ tutti: c’è la nostra introspezione, c’è l’amore per il sogno e c’è il sogno a colori dell’amore.
Chagall scrisse: «Ho portato dalla Russia i miei oggetti, Parigi vi ha versato sopra la luce.» E quella luce, a Ferrara, sembra ancora brillare.
Fu capito prima di tutti dai poeti, soprattutto da Guillaume Apollinaire, che vide nei suoi quadri una rivoluzione dell’anima prima ancora che dell’arte.
Per me, che amo perdermi nelle storie e nei colori (e che so quanto un quadro possa parlarti più di mille parole), questa mostra è una carezza al cuore. Una di quelle esperienze che ti fanno uscire diversa da come sei entrata: più leggera, più sognante, più Chagalliana.
E se poi vi avanza tempo, fermatevi a bere un caffè in Piazza Trento e Trieste, a guardare il via vai delle persone con lo sguardo ancora pieno di blu e rosso. Perché certe mostre non finiscono mai davvero: ti restano addosso, come una promessa.
