Se mi vuoi bene: la lezione di Claudio Bisio su come voler bene senza sbagliare

“Se mi vuoi bene”: Claudio Bisio e l’arte complicata del volere bene

Ci sono film che arrivano sottovoce, senza il clamore dei grandi incassi, eppure provano a raccontare qualcosa che ci riguarda tutti da vicino. Se mi vuoi bene (2019), diretto da Fausto Brizzi e interpretato da Claudio Bisio, appartiene a questa categoria. È una commedia che gioca con il dramma, o un dramma che si traveste da commedia: dipende da come lo si guarda.

Diego Anastasi (Bisio) ha tutto: un lavoro solido, una carriera rispettata, un’apparente stabilità. Ma dentro è vuoto, logorato da una depressione che lo porta a pensare seriamente al suicidio. L’inizio del film non lascia dubbi: la sua è la storia di un uomo che non trova più un motivo per alzarsi al mattino.

Eppure il destino gli riserva una svolta paradossale. In una strada che percorre ogni giorno, Diego nota un negozio mai visto prima: si chiama “Chiacchiere”. Dentro non si compra nulla, se non parole. È qui che incontra Massimiliano (Sergio Rubini) e altri personaggi bizzarri che lo spingono a riflettere: se vuoi bene a qualcuno, non limitarti a dirlo… fa’ qualcosa.

Da quel momento Diego decide di “aggiustare” la vita delle persone a lui care: la madre, il padre, la figlia, il fratello, l’ex moglie, persino gli amici. Ogni gesto è pensato per aiutare, per risolvere problemi, per dare una mano. Peccato che, come spesso accade, le buone intenzioni non bastino. E così, dietro ogni intervento, si nasconde un disastro: incomprensioni, equivoci, ferite riaperte.

È qui che il film mostra il suo cuore: volere bene non significa sostituirsi all’altro, ma saper ascoltare, rispettare, stare accanto senza pretendere di “salvare”.


Il film ha delle trovate interessanti. Il negozio delle “Chiacchiere” è una metafora efficace: un luogo surreale ma familiare, simbolo di quanto sia prezioso parlare e farsi ascoltare. E nella prima parte l’equilibrio tra risate e riflessioni funziona.

Il problema arriva nella seconda metà. La narrazione si fa prevedibile, il messaggio diventa troppo didascalico, e alcuni personaggi rimangono abbozzati. Si percepisce la voglia di lanciare un messaggio universale, ma a tratti si scivola nel buonismo.

Se mi vuoi bene non è un capolavoro, né pretende di esserlo. Non è stato un successo al botteghino, e probabilmente non entrerà nella storia del cinema italiano. Ma resta un film sincero, che ci ricorda una verità semplice e difficile allo stesso tempo: voler bene non significa “fare per”, ma “esserci per”.

È un film che parla di fragilità, di rapporti complicati, di errori fatti con il cuore. E in fondo, chi non ci si riconosce almeno un po’?

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