
C’è un sito che gira dal 2005, e non è un forum di filatelia.
Dentro ci trovi foto di donne (politiche, influencer, sconosciute qualunque) pubblicate senza consenso, accompagnate da commenti che oscillano tra il “branco da bar dello sport” e la cultura dello stupro servita su piatto d’argento.
E qui arriva il dettaglio che ti manda il sangue al cervello: non ci sono nemmeno nudi.
Sono foto prese da Instagram, da profili pubblici o privati, rubate dalla quotidianità. Foto normalissime di donne. Selfie, interviste, immagini al mare, al supermercato, in aula parlamentare.
Eppure basta così per trasformarle in materiale da branco.
Io lo dico da anni, urlandolo sui social fino a perdere la voce: il problema non è la foto osé.
Il problema è l’occhio.
Quell’occhio malato, deformato, di questi cazzo di ominicchi di merda del ventunesimo secolo che riescono a sessualizzare qualunque cosa: una gonna, un discorso in tv, un pranzo di famiglia postato su Facebook.
La cosa più grottesca?
Il sito è registrato regolarmente, con tanto di hosting rispettabile, numeri e traffico in crescita. Come se fosse un portale di cucina. “La community dal 2005!”… sì, peccato che invece di ricette ci sono foto NON CONSENSUALI e volgarità seriali.
E mentre le vittime denunciano, indignate e stanche, noi qui fuori ci chiediamo:
Quanti altri “siti” esistono e prosperano indisturbati?
Perché in Italia la solidarietà scatta solo quando la vittima è famosa?
Perché 200mila uomini possono organizzarsi per rubare foto e nessuno si organizza altrettanto bene per fermarli?
Il problema non è la singola foto. È la mentalità di branco. È la cultura dell’impunità. È il mondo che applaude sotto banco e poi si finge scandalizzato a microfoni accesi.
E se qualcuno ancora pensa che sia “esagerato”, faccio un promemoria: non è pornografia. Non è intrattenimento. È violenza travestita da passatempo.

Lungi da me l’idea di difendere simili comportamenti, ma purtroppo temo che se una foto era già presente su un profilo non privato di Instagram condividerla non sia un reato. Se lo fosse, a quel punto sarebbe reato anche condividere una foto di Pamela Anderson in bikini ai tempi di Baywatch. Forse non è reato neanche corredare quella foto con un commento del tipo “Ammazza che bona sta tettona”, perché non c’è insulto e non c’è minaccia. E’ uno di quei casi in cui legge scritta e legge morale entrano in conflitto.
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Capisco il tuo ragionamento, ma in realtà la legge italiana è piuttosto chiara:
anche se una foto è pubblicata su un profilo Instagram non privato, non diventa automaticamente di dominio pubblico. L’autore conserva i diritti d’autore e, soprattutto, la persona ritratta mantiene il cosiddetto diritto all’immagine (art. 96 della legge sul diritto d’autore). Questo significa che il suo ritratto non può essere diffuso altrove senza consenso, salvo poche eccezioni (personaggi pubblici, scopi giornalistici o culturali, ecc.).
In più, se la foto viene usata in contesti che possono ledere dignità o decoro, anche solo con un commento volgare, può scattare una responsabilità civile per danno all’onore e alla reputazione. In certi casi, se si tratta di immagini prese da contesti privati o usate senza autorizzazione, può configurarsi persino un reato (art. 167 Codice Privacy o art. 615-bis c.p.).
Quindi no: non è la stessa cosa che condividere una foto di Pamela Anderson in Baywatch. Quelle immagini erano destinate fin dall’inizio alla diffusione pubblica e commerciale. Qui invece parliamo di ragazze comuni, che non hanno dato alcun consenso a finire su siti terzi né a essere accompagnate da commenti che le oggettificano.
Il punto è proprio questo: non basta che una foto sia “visibile online” perché chiunque possa farne ciò che vuole.
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Ho controllato gli articoli che hai menzionato. L’articolo 167 del codice della privacy fa riferimento al trattamento dei dati personali, non delle immagini. L’articolo 615 bis del codice penale punisce chi registra o divulga delle telefonate, dei foto o dei video senza autorizzazione. E’ il caso ad esempio dei mariti che divulgavano foto e video porno delle loro mogli inconsapevoli in un gruppo chiuso di Facebook, e di tutti i maiali che poi le hanno condivise su Phica.net. Se invece i maiali in questione hanno condiviso delle foto caricate dalle donne stesse sul loro profilo non chiuso di Instagram, purtroppo temo che la legge non offra appigli.
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Tra tutti i tweet che ho letto su questa vicenda, questo è quello che mi ha colpito di più:
https://x.com/arabellamckinny/status/1961109465362567514
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Hai ragione a sottolineare che l’art. 167 riguarda il trattamento illecito di dati personali e che il 615-bis colpisce la diffusione illecita di immagini private scattate o ottenute senza consenso. Ma attenzione: la legge non si ferma lì.
In Italia esiste anche il diritto all’immagine (art. 96 e 97 L. 633/1941 sul diritto d’autore), che stabilisce che il ritratto di una persona non può essere diffuso senza il consenso dell’interessato, salvo poche eccezioni (personaggi pubblici, finalità giornalistiche, culturali ecc.). Una foto su Instagram resta pur sempre un ritratto, e il fatto che sia visibile non significa che chiunque possa prenderla e inserirla in contesti terzi, soprattutto se a scopo di lucro o con commenti lesivi della dignità.
Quindi: non è solo questione di “mariti che diffondono video hard” o revenge porn. È anche questione di uso non autorizzato dell’immagine in spazi diversi da quelli scelti dalla persona stessa. La giurisprudenza italiana infatti riconosce che anche una foto pubblica può generare responsabilità civile se decontestualizzata e usata senza consenso.
In sintesi: la legge non è perfetta né sempre aggiornata alle dinamiche dei social, ma gli “appigli” ci sono eccome. E soprattutto, distinguere tra “non esiste reato penale specifico” e “allora è lecito” è pericoloso: perché illeciti civili e violazioni dei diritti della persona restano comunque.
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