
Avete presente Collodi, quel minuscolo paese toscano che custodisce il Parco di Pinocchio come fosse un reliquario un po’ vintage dell’infanzia italiana? Ecco, lì dentro c’è tutta una fiaba che prova a sopravvivere al mercato del turismo di massa, tra influencer che preferiscono farsi selfie davanti a Hogwarts a Londra e famiglie che ormai scelgono solo parchi iper tecnologici con coaster che ti sparano a 100 km/h.
Il povero burattino invece arranca. La crisi economica ha colpito anche lui, e forse stavolta non se la cava raccontando bugie al Grillo Parlante: il Parco di Pinocchio, quello storico, aperto nel 1956 come omaggio artistico e culturale al romanzo di Collodi, oggi vive di bilanci traballanti, visitatori ridotti e strutture che gridano restauro più forte di Lucignolo che scappa al Paese dei Balocchi.
La verità è che il Parco di Pinocchio ha un fascino che non puoi replicare con realtà aumentata e montagne russe da Guinness. È un percorso all’aperto, fatto di mosaici, statue, giardini, e un’atmosfera sospesa nel tempo che non ti offre l’adrenalina, ma la nostalgia. Solo che la nostalgia, per quanto poetica, non paga gli stipendi e non tiene accese le luci del biglietto d’ingresso.
E così ci ritroviamo davanti a un simbolo dell’infanzia italiana che rischia di finire come il Teatro dei Burattini di Mangiafuoco: chiuso, polveroso e con la scritta “torniamo presto” che diventa definitiva.
Il punto è: cosa ne facciamo del nostro patrimonio culturale travestito da parco divertimenti? Lo lasciamo marcire finché rimarrà solo un aneddoto nei libri di storia del turismo, oppure investiamo per dargli nuova vita? Non servono solo soldi, ma idee: spettacoli teatrali moderni, laboratori per bambini, collaborazioni con scuole e artisti. Insomma, serve che Pinocchio smetta di fare il burattino e diventi protagonista di un rilancio vero.
Perché diciamocelo: in un’Italia dove spendiamo milioni per attrazioni iper pop, forse non è così folle ricordarsi che un burattino di legno, con tutte le sue bugie e cadute, è riuscito a diventare un simbolo universale. Sarebbe un peccato lasciarlo in crisi, proprio adesso che avremmo bisogno di fiabe nuove per sopravvivere a questa realtà sempre più cinica.
