
C’è una scena che ormai mi capita sempre più spesso di vedere: bambine di otto, nove anni con la skin care routine più completa della mia. Dieci prodotti in fila sul lavandino, panno in microfibra, tonico, siero e contorno occhi. Le vedi su TikTok che raccontano con serietà quale crema usare prima del solare. E no, non sono figlie di dermatologi. Sono bambine che a quell’età dovrebbero ancora litigare con i genitori perché vogliono dormire con la luce accesa.
Il loro sogno non è entrare in un negozio di giocattoli. È entrare da Sephora. Non chiedono Barbie, chiedono maschere viso coreane. Non collezionano figurine, collezionano gloss. E noi, adulti intelligenti e moderni, invece di fermarci a riflettere, applaudiamo: “che carine, sono già delle piccole donne”.
No. Non è carino. È inquietante.
I brand… partiamo da loro, i grandi marchi. I geni del marketing che hanno deciso che la seduzione vende più dell’innocenza. E siccome l’innocenza è destinata a scadere, meglio saltarla direttamente.
Così trovi vestiti “kids” che sembrano usciti da un catalogo di moda adulta: shorts microscopici, top corti, magliette glitterate con scritte come Diva, Sexy o Queen. Moda per bambini che però di infantile non ha nulla, se non la taglia.
E la cosa tragica è che funziona: perché il “sembra già grande” piace, attira like, vende. È un business. E quando il business incontra l’assenza di regole e di pudore, il risultato è devastante.
Ora qui bisogna dirlo: il problema non sono solo le multinazionali cattive. Sono anche i genitori.
Genitori che postano foto facendo a gara a chi ha la bambina più “fashion”, il bambino più “stiloso”.
Si chiama sharenting, e dietro c’è spesso la voglia di dire al mondo: “guardate come sono speciale, guardate quanto è avanti mio figlio”. Ma in realtà, stai mettendo tuo figlio sul piatto d’argento di un sistema che se lo divora.
E allora succede che la bambina di otto anni, invece di chiederti una bambola, ti chieda la palette di Charlotte Tilbury. E tu, magari, gliela compri pure, convinto che sia un gioco innocuo. Peccato che non lo sia. Perché non stai solo regalando un rossetto: stai consegnando un pezzo della sua autostima a un mercato che vive di insicurezze.
Poi arrivano i social. La fiera dell’apparenza, il tritacarne che trasforma ogni cosa in spettacolo.
Un bambino che gioca non fa numeri. Un bambino che ammicca sì. E così i video virali che ci sembrano “simpatici” in realtà normalizzano il fatto che una bambina balli come un’adulta, che un bambino faccia battute sessualizzate. Non è intrattenimento, è addestramento all’idea che l’infanzia sia solo una corsia di accelerazione verso il mondo adulto.
E noi ci caschiamo, a forza di like. Non ci scandalizziamo più. Non ci chiediamo più se sia giusto. Scorriamo, sorridiamo, applaudiamo. E intanto il messaggio passa: il valore sta nell’apparire, nel piacere agli altri, nel mostrarsi perfetti.
Quali sono le conseguenze che fingiamo di non vedere?
E qui sta la parte che brucia. Perché non si tratta di vestiti, non si tratta di trucchi, non si tratta di mode passeggere. Si tratta di conseguenze reali:
Autostima fragile: i bambini crescono con l’idea che valgono solo se piacciono agli altri.
Rapporto col corpo distorto: invece di scoprirlo, lo vivono come qualcosa da esporre o correggere.
Affettività compromessa: se la seduzione diventa un gioco da piccoli, cosa resta da imparare da grandi?
Ansia e dipendenza dal consenso: i like come unità di misura del valore personale.
Queste cose non passano. Restano. E se ne accorgono da adolescenti, quando guardarsi allo specchio non è più un gioco, ma una guerra.
Allora, di chi è la colpa?
Domanda retorica. Sappiamo benissimo di chi:
dei brand che lucrano,
dei social che amplificano,
dei genitori che chiudono un occhio,
e di noi adulti che, nel dubbio, applaudiamo invece di fermarci a dire basta.
Il problema è che è più comodo far finta di niente. Più semplice pensare che “è solo un gioco”. Più rassicurante credere che “sono solo bambini, passerà”.
Ma non passerà. Perché crescere in fretta non è un privilegio. È un furto. E quando l’infanzia te la rubano, non c’è Sephora, non c’è vestito, non c’è filtro Instagram che te la restituisca.
E ora?
Ora sta a noi. Ai genitori che possono dire “no”. Ai brand che possono scegliere di non guadagnare sulla pelle dei bambini. Ai social che potrebbero (se solo volessero) non spingere contenuti tossici.
E a noi, che possiamo decidere di smettere di applaudire.
Perché l’infanzia non è fuori moda. È un diritto. E l’unico vero lusso che un bambino dovrebbe potersi permettere è il tempo di restare bambino.

Anch’io come te mi ero reso conto della tendenza da parte di molte persone (vip e persone comuni) a far diventare i propri figli delle webstar, rendendoli i veri protagonisti dei profili social dei loro genitori. Spesso i figli in questione sono ritratti in situazioni imbarazzanti e/o estremamente private, ma i loro genitori se ne fregano e li schiaffano sul web lo stesso: un po’ perché oggi con i social il concetto stesso di privato è quasi scomparso, un po’ perché i genitori in questione cercano in maniera così spasmodica di ottenere visualizzazioni, Mi piace e commenti a pioggia che pur di arraffarli non si fermano davanti a niente. E’ per questo che puntano con mano così pesante sull’esposizione dei loro figli: perché sanno che i bambini fanno tenerezza, quindi più riempiono Internet di loro foto e video più è probabile che il loro profilo cominci a macinare numeri da capogiro.
Il bello è che i numeri da capogiro in questione poi non si traducono in un vero tornaconto economico. Instagram non paga nulla, TikTok paga pochi centesimi ogni mille visualizzazioni, Youtube idem. Certo, se diventi una star di Instagram dopo puoi guadagnare con le sponsorizzazioni, ma anche lì non è che diventi ricca, ti limiti ad alzare du’ spicci per aver fatto finta di trovare squisito un bibitone. Ergo, i genitori che trasformano la vita dei loro figli in una sorta di Truman Show non lo fanno per i soldi, ma solo e unicamente per il motivo che hai scritto tu: perché danno valore a se stessi solo se piacciono agli altri. E come hai detto tu, poi quest’idea la trasmettono ai figli.
La cosa peggiore di tutto questo è che il danno procurato a questi ultimi è irreversibile, perché una volta che un contenuto è stato caricato su Internet cancellarlo è praticamente impossibile. Se è un video porno che ti ritrae senza il tuo consenso a quel punto puoi mettere in mezzo la polizia postale e farlo scomparire, ma se è solo un video di una bambina che si trucca (per riprendere il tuo esempio) la polizia postale giustamente dà la priorità ad altri casi più urgenti, e quindi il video resta lì.
Di recente ha fatto scalpore il caso di una mamma che caricava regolarmente su TikTok dei video in cui suo figlio appariva volutamente come un cattivo studente: in quei video il bambino ammetteva candidamente di non studiare, di aver copiato ai compiti, di fregarsene delle note disciplinari eccetera. In pratica la mamma gli faceva interpretare il ruolo di Alvaro Vitali nei vecchi film di Pierino, con la differenza che quelli erano dei film recitati da un attore adulto, in questo caso invece erano dei video interpretati da un bambino. Alla fine quest’ultimo è stato bocciato all’esame di terza media. E’ stata una decisione clamorosa, perché come sai alle medie non boccia praticamente nessuno. Non sapremo mai se i professori di quel bambino l’hanno presa basandosi solo e unicamente sulla sua impreparazione, oppure se avevano anche il dente avvelenato con la madre per il disprezzo della scuola che trasudava dal suo profilo TikTok. Tuttavia, è legittimo pensare che se sua madre non avesse mai aperto quel profilo TikTok forse suo figlio non sarebbe mai stato bocciato.
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Hai centrato il punto: i figli vengono trasformati in contenuti a scadenza come lo yogurt… oggi fanno tenerezza, domani li metti in scena come Pierino, dopodomani non servono più perché hanno 15 anni e l’acne non fa engagement.
Attenzione: non sto dicendo che non si debbano mai postare foto dei figli. Anch’io l’ho fatto, e lo rifarei. Ma mai in situazioni imbarazzanti, mai travestita mia figlia da “adulta in miniatura”, mai usata come specchietto per le allodole per arraffare like o, peggio, come strumento per “fare soldi”. Per me resta un ricordo, un modo di condividere momenti belli, non una vetrina di marketing spicciolo sulla sua pelle.
Il caso del bambino-bocciato messo in scena come un Pierino 2.0 per far ridere TikTok, e poi sorpresa… i professori non ridono. Ride solo l’algoritmo che incassa l’ennesimo contenuto usa-e-getta!
Alla fine della fiera il messaggio che passa è uno solo: “Tu vali solo se piaci agli altri”. E con un insegnamento del genere, auguri.
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Di tutti i video che ha caricato la mamma del Pierino 2.0 ce n’è uno che mi ha colpito più di tutti. In quel video appariva solo lei, e raccontava che a pochi giorni dall’esame di terza media suo figlio aveva passato l’intero pomeriggio (dalle 2 alle 7 e mezza) a cercare su Internet degli adesivi da applicare sulla sua moto. Questo perché lei gli aveva lasciato credere che glieli avrebbe comprati, quando in realtà non ne aveva la minima intenzione, perché voleva punirlo per un 4 e mezzo in Matematica proprio negandogli gli adesivi in questione. Quel video era sbagliatissimo per 3 motivi:
– Rivelava un episodio che doveva rimanere privato, perché metteva in cattiva luce suo figlio;
– Rivelava che la mamma in questione prima aveva fatto una mezza promessa al figlio e poi non l’aveva mantenuta, che è quanto di più traumatico e diseducativo un genitore possa fare;
– Rivelava che questa mamma, davanti a un figlio che sta 5 ore e mezza a cercare robe inutili su Internet, anziché cazziarlo e costringerlo a studiare lo ha lasciato beatamente fare, e questo solo per potersi togliere la sadica soddisfazione di dirgli che quegli adesivi non li avrebbe mai avuti.
Da mamma cosa ne pensi di quanto ti ho raccontato?
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È semplicemente pura follia!!!
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Da mamma ti dico che quella scena è tutto quello che NON farei mai con mia figlia. Non tanto per gli adesivi, che sono un capriccio da tredicenne, ma per il modo in cui la madre ha deciso di gestirla.
Primo: certi episodi restano privati, non li butti online per fare spettacolo. Secondo: illudere un figlio con una promessa e poi negarla “per punizione” non è educazione, è un boomerang che mina la fiducia. Terzo: se un ragazzo passa 5 ore a cercare adesivi invece di studiare, non lo riprendi col telefono aspettando la “soddisfazione” finale, ma gli togli internet e lo fai aprire il libro.
Io ho condiviso foto di mia figlia, certo, ma mai per ridicolizzarla o usarla come contenuto. Perché un figlio non è un format social, è una persona.
E qui il problema non è il 4 e mezzo in matematica… ma il 2 in genitorialità.
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