
Ci sono viaggi che cominciano prima di partire. Quello per Amsterdam è iniziato con una macchina piena di maglioni troppo ottimisti per settembre, snack sbagliati e quella voglia di libertà che ti esplode addosso a vent’anni, quando ancora credi che il navigatore sia un’opinione e il mondo finirà, al massimo, al confine del Belgio.
Avevamo deciso di andarci in macchina, così, come se niente fosse. Un’idea venuta durante una notte d’estate con zero senso pratico e cento desideri in fila. Nessuna prenotazione seria, solo un punto sulla mappa e tanta incoscienza da farci sembrare coraggiose.
Amsterdam ci ha accolte come una zia eccentrica: elegante, caotica, un po’ misteriosa e con quella puzza lieve di fumo che non sai se viene dai canali o da un coffee shop a due isolati. Dormivamo in un ex teatro trasformato in hotel, affacciato su Piazza Dam. Un posto che sembrava aspettare noi da anni: luci soffuse, moquette che raccontava storie stanche, camere con i soffitti alti e i sogni un po’ storti. Perfetto.
Il mercato galleggiante dei fiori è stato il primo momento in cui mi sono detta: “Ok, questo viaggio mi ricorderà chi sono.” Profumi ovunque, colori, turisti, vasi, bulbi, biciclette che ti sfiorano i talloni con l’eleganza di un ninja stanco. Ho comprato dei semi che non ho mai piantato e un porta chiavi a forma di tulipano che ancora oggi mi guarda dal cassetto come per dire “tu, almeno, ci hai provato.”
C’è stato il giro in barca sui canali, quando il cielo si è fatto grigio come le copertine dei romanzi russi e io mi sono seduta a poppa con il maglione sulle ginocchia. Guardavo le case che sembravano reggersi l’una con l’altra come amiche ubriache al ritorno da una festa, e ho pensato che la bellezza non ha mai avuto bisogno di simmetria. Quella era Amsterdam: storta, viva, poetica senza sforzo.
E poi, ovviamente, De Wallen, il quartiere a luci rosse. Dove tutto è così esplicito da sembrare quasi casto. Le ragazze dietro i vetri erano più fiere di certi manager in cravatta. Lì ho imparato che la libertà ha forme strane, e che giudicare è sempre più facile che capire.
C’è stato anche quel coffee shop. Non ricordo il nome, ma ricordo il momento preciso in cui ho cominciato a ridere per un piccione che camminava storto. Aveva l’aria di chi ha visto tutto e deciso che non ne valeva più la pena. Forse era settembre, forse ero io. Il brownie? Molto coinvolgente. La mia dignità? Rimasta lì, con il piccione.
I musei li abbiamo affrontati come si affrontano i sentimenti: a piccoli morsi, con pause lunghe tra un quadro e l’altro. Van Gogh ci ha spezzate in due, Rembrandt ci ha rimesso insieme. La Casa di Anna Frank ci ha lasciate in silenzio per ore. Non era turismo, era qualcosa che ti entra dentro e ti scava con garbo.
Poi è arrivata Volendam, come un sogno fatto di legno verniciato e biscotti alla cannella. Case piccole, il porto immobile, signore in costume tradizionale che ti vendono formaggio come se fosse un segreto di famiglia. Sembrava di stare dentro una fiaba in cui nessuno muore mai.
A Madurodam, invece, siamo diventate giganti. Tutta l’Olanda in miniatura sotto i nostri piedi. Mi sono sentita potente, e insieme buffa. Tipo Godzilla ma con lo zaino di tela e l’ansia sociale.
E infine Rotterdam, che sembrava uscita da un futuro parallelo: architetture taglienti, case cubiche, ponti che sembrano installazioni artistiche. Se Amsterdam ti fa innamorare con la sua aria romantica e vintage, Rotterdam ti stuzzica con la sua anima moderna e un po’ punk. E in tutto questo, noi a scattare foto con lo sfondo perfetto.
Siamo tornate con la macchina piena di cose inutili e il cuore pieno di cose preziose. Non ho più quell’età, ma ogni tanto ci ripenso. A settembre, alla strada, a quella città che mi ha insegnato che esiste un modo tutto tuo di stare al mondo anche se non lo capisce nessuno.
Neanche il piccione.
