
“Fai schifo con tutti quei tatuaggi!”
Me lo ha scritto un tizio sotto una mia foto. Una foto normale, dove si intravedeva la mia pelle decorata — perché sì, ho tatuaggi. Non stavo bestemmiando in sanscrito né usando bambini come pesi da palestra. Stavo solo esistendo. Ma pare che la mia semplice esistenza inchiostrata abbia turbato qualcuno, che ha pensato bene di condividere il suo sdegno con il mondo.
Ora, potrei rispondergli con un vaffa standard, ma mi viene più voglia di raccontare una storia.
Perché sai cosa c’è dietro quei tatuaggi che ti fanno tanto schifo? Una vita. Anzi, più vite.
Ne ho quindici. Credo. Ogni tanto perdo il conto, come con le cicatrici che non si vedono. Alcuni sono grandi, evidenti. Altri si nascondono in punti che scopre solo chi guarda davvero. E nessuno è lì per caso.
Non ne ho mai fatto uno per moda, mai per noia. Nessun disegno random pescato dal catalogo “figo ma vago”. I miei tatuaggi sono urgenze. Piccoli riti. Segni incisi perché le parole non bastavano, perché avevo bisogno di trasformare un dolore in pelle viva e attraversarlo, centimetro dopo centimetro, con gli aghi che pungevano esattamente dove doveva fare male per poi smettere di farlo.
Una volta, anni fa, un dolore enorme mi prese alla gola. Non era un lutto, era peggio: era uno di quei giorni in cui senti che potresti implodere. Volevo tatuarmi subito, quel giorno. Volevo fissare quel dolore, sigillarlo, dargli una forma. Ma nessun tatuatore aveva posto. E io sentivo che se non facevo qualcosa, sarei esplosa.
Un’amica piercier, vedendomi così, mi disse:
“Antò, perché non ti fai un piercing sulla lingua?”
Ora: io non amo i piercing. Mai piaciuti. Ma ero così piena di dolore e voglia di lasciarlo andare che ho detto sì.
Me lo sono fatta fare. Non per estetica, non per ribellione. Per sopravvivere.
La settimana dopo, ovviamente, ho fatto anche quel tatuaggio. Perché era quello che serviva davvero: una ferita scelta, una memoria indelebile. Il piercing è stato solo l’anticipo, il respiro prima del tuffo.
Mi chiedono spesso:
“E se poi te ne penti?”
E io mi chiedo: Ma di cosa dovrei pentirmi?
Mi sono pentita mille volte di aver detto sì quando volevo dire no. Di aver taciuto quando avrei voluto urlare. Di aver annuito per quieto vivere mentre dentro morivo un po’.
Ma mai, mai di un tatuaggio.
Perché ogni disegno è un gesto di presenza. Un modo per dire: “C’ero. Ho sentito. Ho scelto di non dimenticare.”
Potrei raccontarteli uno per uno.
Il numero 3 è arrivato dopo una caduta. Di quelle che ti sbriciolano l’anima.
Il 7 parla di mia figlia, e di quella volta che ho capito che potevo essere madre senza smettere di essere me stessa.
Il 12 è una promessa che ho fatto a me — e che sto ancora mantenendo, contro ogni previsione.
C’è chi colleziona tazze, chi francobolli, chi relazioni tossiche. Io colleziono segni di sopravvivenza.
E quindi sì, caro commentatore di passaggio, faccio “schifo” — ma solo a chi guarda senza vedere.
I miei tatuaggi non chiedono approvazione.
Sono ferite trasformate in bandiere.
Sono promemoria incisi con l’inchiostro e con le unghie.
Sono post-it scritti sul corpo, perché l’anima, da sola, a volte non basta.
E se ti turbano… guarda altrove. Che di pelle ne ho poca libera, ma di pazienza ancora meno.
