
C’è chi colleziona francobolli, chi fa giardinaggio… e poi ci siamo noi: quelli che, per sentirsi vivi, hanno bisogno di una cintura allacciata, una discesa verticale e la vaga sensazione di lasciare l’anima a metà percorso.
Benvenuti nel folle, rumoroso, meraviglioso mondo dei rollercoaster addicted.
Gente normale: “Che paura!”. Noi: “Che fila c’è?”
Mentre gli altri passano ore a valutare se l’insalata ha abbastanza condimento, noi valutiamo angolazioni, altezza e possibilità di nausea. Perché una vita senza loop, inversioni e discese da infarto… non è vita.
L’adrenalina? Il nostro caffè.
Ci svegliamo alle 6 del mattino, affrontiamo ore di viaggio solo per un minuto e mezzo di puro delirio su rotaie. E appena scendiamo, con i capelli in verticale e lo stomaco nel tacco, la domanda è una sola: “Lo rifacciamo?”
I tipi di coaster lover: riconosciti.
Il tecnico: conosce tutte le sigle, i produttori, le statistiche e ha opinioni forti su Intamin vs B&M.
Il nostalgico: “Sì ma nel 2003 c’era un coaster a tema drago che ora non c’è più…”
Il pazzo gioioso: urla per tutto il giro, ride istericamente, e abbraccia sconosciuti all’uscita.
Quello che filma tutto: GoPro ovunque. Non vive il momento, ma lo posta su TikTok.
Le 4 fasi del coaster fan:
- Attesa – “Solo 90 minuti di fila? Un sogno.”
- Panico misto eccitazione – “Ma chi me l’ha fatto fare?” (sorridendo)
- Estasi mistica – mani alzate, cuore in gola, urla primordiali.
- Rinascita – “La vita è meravigliosa. Rifacciamolo.”
Non è solo una giostra. È una filosofia.
Chi ama i rollercoaster non cerca solo emozioni forti: cerca il brivido del superamento, la sfida personale, la libertà di urlare come un pazzo senza giudizio. E sì, anche un po’ di mal di collo.
Conclusione?
I rollercoaster ci ricordano che siamo vivi. Che la routine può aspettare. Che ogni tanto, per sentirsi meglio, basta lasciarsi cadere nel vuoto… con stile.
