Marvel e il multiverso delle mie dipendenze

C’è chi si rilassa con lo sport, chi con un bicchiere di vino, e poi ci sono io… che per rilassarmi ho bisogno di almeno due esplosioni, un portale e combattimenti come se non ci fosse un domani.


Tutto è cominciato per caso: un film qui, un cameo di Stan Lee là, e puff! Improvvisamente conosco più nomi di supereroi che di parenti. Il mio cervello ormai è diviso in due: una metà vive nel multiverso, l’altra si chiede se anche oggi Kevin Feige s’inventerà un prequel del prequel del reboot.


Guardare un film Marvel è come essere in una relazione tossica: ti illudono, ti spezzano il cuore, ti fanno piangere… e poi torni da loro, perché oh, il prossimo trailer è una bomba.


E i personaggi? Tutti super, ma con più traumi di una telenovela turca. Iron Man ha il daddy issue, Spider-Man pure, Loki è praticamente l’incarnazione dell’ego con l’accento british, e Wanda? Una seduta dallo psicologo da dieci stagioni.


Per non parlare della timeline: capire cosa succede nel MCU richiede una laurea in fisica quantistica e una tavola Ouija. Però non importa. Io ci sono. Sempre. Anche quando fanno una serie su un personaggio che è apparso 3 secondi in Endgame e muore al minuto 4.


Io non ho mai sognato il principe azzurro. Io sogno un miliardario con sarcasmo tagliente, armature volanti e più traumi di un’intera serie di Grey’s Anatomy. Nome in codice: Tony Stark.
Io non scelgo gli amori semplici. Io scelgo l’uomo con un razzo nel piede, un ego grande quanto il multiverso e la capacità di commuovermi… anche quando esplode.


Nel mio cuore non c’è spazio per il banale. No. C’è spazio per portali giganti, battaglie in slow motion e battute taglienti come il vibranio di Wakanda. Ogni film è un rito. Ogni battuta di Tony, un verso di poesia. E quando qualcuno osa dirmi “Ma alla fine sono tutti uguali questi film”…
“Tu osi insultare l’arco narrativo di 30 film e 80 miliardi di dollari con una frase da bar?”


Perché amo la Marvel? Perché mi piacciono le emozioni forti, tipo lutti narrativi, timeline che non si capiscono e personaggi che muoiono… e poi tornano, ma diversi, ma uguali, ma forse no.


Io non seguo la Marvel.
Io la vivo.
Ogni post-credit è un test di pazienza. Ogni reboot, un atto di fede.
Ogni crossover… una chiamata alle armi.


Per me la Marvel è una malattia cronica trattabile solo con dosi massicce di film, meme e battute che farebbero impallidire un comico in crisi esistenziale. Tipo quella volta che qualcuno ha detto “Io sono il Gesù della Marvel”.


Ogni film è un rituale: popcorn, divano, sguardo da “non disturbatemi, sto salvando il mondo con gli Avengers”.


Io sono una sopravvissuta a Infinity War, una sostenitrice accanita del sarcasmo come superpotere. E finché ci sarà uno Stark nel cuore del multiverso (o almeno su Disney+), io sarò lì. Occhi brillanti. E un pensiero fisso:
“I love you 3000.”

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